Il messaggio della Sindone

Emanuela Marinelli
Collegamento pro Sindone Rome - Italy Web: www.shroud.it; e-mail: cpshroud@tin.it

La Sindone è un lenzuolo di lino (4,37 x 1,11 m) che ha certamente avvolto il cadavere di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi, trapassato da una lancia al costato. L'unicità e l'irripetibilità dell'immagine straordinaria che vi è impressa la rendono un oggetto enigmatico. C'è una perfetta coincidenza tra le narrazioni dei quattro Vangeli sulla Passione di Cristo e quanto si osserva sulla Sindone, anche riguardo ai particolari "personalizzati" del supplizio: la flagellazione come pena a sé stante, troppo abbondante per essere il preludio della crocifissione (120 colpi invece degli ordinari 21); la coronazione di spine, fatto del tutto insolito; il trasporto del patibulum; la sospensione ad una croce con i chiodi invece delle più comuni corde; l'assenza di crurifragio; la ferita al costato inferta dopo la morte, con fuoruscita di sangue e siero; il mancato lavaggio del cadavere (per la morte violenta e una sepoltura affrettata); l'avvolgimento del corpo in un lenzuolo pregiato e la deposizione in una tomba propria invece della fine in una fossa comune; il breve tempo di permanenza nel lenzuolo (il corpo dell'Uomo della Sindone non presenta il minimo segno di putrefazione; è rimasto avvolto nel lenzuolo per un tempo di 30-36 ore). Le coincidenze sono così tante che possiamo ragionevolmente affermare che la Sindone è il lenzuolo funebre di Gesù di Nazareth. Meditando davanti a questo testimone silenzioso dell'amore di Dio, riceviamo tre messaggi. Un messaggio di fede: questo quinto Vangelo suscita la fede, rafforza la fede. Grazie a questa silenziosa presenza, possiamo ancora porre la nostra mano nelle ferite, come San Tommaso. Possiamo vedere ciò che i Vangeli descrivono, ma in una maniera più commovente. Un messaggio di speranza: l'immagine ci parla di Resurrezione e ci ricorda che il nostro destino finale non è la morte, che anche per noi c'è la realtà della Resurrezione. Un messaggio di carità: le ferite ci parlano dell'amore di Dio, un amore redentore che ci sollecita ad amarci l'un l'altro come Egli ci ha amato. Questi tre messaggi arrivano direttamente ai cuori della gente, attratta da questa immagine della divina misericordia. La Sindone si rivela poco per volta. Ciò è tipico della pedagogia di Dio: svelarsi pian piano a chi lo cerca. È nella Sindone, l'immagine più perfetta dell'invisibile Dio, che possiamo trovarlo e contemplarlo. Davanti alla Sindone si ha subito la sensazione di affacciarsi sulla soglia di un mistero. Un mistero che parla con immediatezza al cuore dei semplici e sfida gli scienziati. L'Uomo della Sindone è lì, muto, a farci discutere. Presenza inquietante che attualizza un evento bimillenario. È un segno palpabile di contraddizione. Affascina molti credenti, attratti dalla meditazione sulla Passione e dagli indizi di Risurrezione. Per gli stessi motivi disturba tanti non credenti. Ma infastidisce anche quei credenti che sono fautori di una fede disincarnata da qualsiasi possibile testimonianza tangibile. Al tempo stesso, l'essere un oggetto concreto, che racchiude messaggi cifrati per i sapienti, attira gli scienziati, anche non credenti. "È certo un'immagine - ha ricordato il cardinale Anastasio Ballestrero, per molti anni arcivescovo di Torino e custode della Sindone - che non lascia indifferente nessuno. È un'immagine che emoziona e sorprende e che suscita interrogativi profondi". "Il credente è del tutto libero e sereno nella ricerca - ha sottolineato il cardinale Giovanni Saldarini, anch'egli per molti anni arcivescovo di Torino e custode della Sindone - mentre l'incredulità potrebbe trovarsi a disagio se sulla base degli esami storico-scientifici dovesse essere obbligata a comporsi con la convinzione di avere in mano il vero lenzuolo in cui Cristo fu avvolto". "Un'immagine - ha affermato il cardinale Severino Poletto, attuale arcivescovo di Torino e custode della Sindone - capace di parlare come nessun'altra al cuore dei discepoli di Cristo; coloro che sono in ricerca si sentiranno interpellati da una testimonianza di sofferenza che non può lasciare indifferente nessuno". C'è da considerare che l'accettare o meno l'autenticità della Sindone è proporzionale alla conoscenza delle problematiche ad essa connesse. Il primo approccio di una persona colta, ma ignorante nel campo specifico, è forzatamente scettico. Poi, se si supera questo rifiuto iniziale, e si approfondisce l'argomento, subentrano il dubbio, la possibilità, lo stupore, la commozione. È questo il percorso di tanti studiosi, che solo dopo aver piegato la mente all'evidenza hanno piegato le ginocchia alla preghiera. Scrive il card. Saldarini: "Comunque si sia prodotta la Sindone - e bisognerà pure che questo unicum storico-scientifico, oggi più sorprendente e misterioso che mai, sia spiegato positivamente dalla scienza attraverso una ricerca interdisciplinare concorde e interiormente libera - per chi la guarda e nello stesso tempo legge i vangeli è inevitabile l'impressione che essa offra la descrizione figurativa di quanto essi narrano". "Essa - prosegue il card. Saldarini - ci interpella e ci inquieta. Perciò merita di essere considerata dono di Dio alla chiesa: il mistero della sua origine continua a richiedere atteggiamento di umiltà e di ricerca, spirituale e storico-scientifica". La Sindone è un documento di grande importanza storica, esegetica e teologica e può, anzi deve, divenire un importante e moderno strumento di evangelizzazione. È merito degli scienziati se in tempi dominati dal trionfo della tecnica, come quelli di oggi, l'uomo si è accostato con interesse a questa immagine. Non c'è settore della scienza che non abbia studiato la Sindone con passione e accanimento. La prima ad interessarsi ad essa fu la fotografia, per passare poi, mano mano, ai più disparati campi del sapere. Strano a dirsi, intorno alla Sindone è accaduto, né più né meno, quello che per altri versi accadde ai testi dell'Antico e del Nuovo Testamento. I vari tentativi di annientamento e di rilettura in chiave mitologica, condotti con armi pseudoscientifiche dai vari Renan, Loisy, Harnach, non approdarono che a un solo risultato: far crescere negli ambienti scientifici, opportunamente stimolati dalla corrente agnostica e laica, un interesse di gran lunga superiore a quello degli stessi studiosi cattolici. Ma c'è di più. I primi oppositori della Sindone, i primi a dichiararla un falso, furono proprio alcuni ecclesiastici. Il primo fu Henry di Poitier, Vescovo di Troyes che nel 1357 fece interrompere l'esposizione della Sindone a Lirey. Ugualmente contrario si mostrò il suo successore Pierre d'Arcis nel 1389. Più vicino ai nostri tempi, tra gli accaniti oppositori troviamo l'erudito storico Ulisse Chevalier, lo stimatissimo p. Herbert Thurston, inglese, e il padre Braun, belga, professore di Sacra Scrittura a Friburgo (Svizzera). Contro costoro sono insorti studiosi e scienziati di altissimo valore, a cominciare dall'accademico delle scienze Yves Delage, notoriamente agnostico, per passare a Max Frei, protestante (e nessuno più di lui, per questo, accanito oppositore delle reliquie). È bene ricordare, inoltre, che la maggior parte degli scienziati del gruppo STRP (Shroud of Turin Research Project) non sono credenti o appartengono a religioni diverse da quella cristiana o cattolica. Barrie Schwortz è ebreo; Samuel Pellicori si dichiara agnostico; Vernon Miller, l'esperto di fotografia scientifica, è mormone. Ebbene, gli scienziati che hanno studiato questo lino come reperto storico, con metodi e tecniche diverse e specializzatissime, non solo si sono detti umili ammiratori della Sindone, ma hanno dichiarato la sua autenticità. Essi concordano nell'affermare che solo il cadavere di un uomo flagellato, seviziato e crocifisso può aver macchiato di sangue la stoffa in questo modo. Una volta provata l'autenticità "dell'affascinante impronta lasciata nel lenzuolo venerato a Torino, il cui realismo impressionante, il cui carattere impersonale e quasi scultoreo è sicuramente sconosciuto alla pittura medievale" (p. Braun), bisogna ammettere, con molta franchezza, che resta un mistero il modo in cui queste impronte si sono formate. Le diverse scienze impegnate a decifrare questo "oggetto impossibile" si suddividono in mille branche specialistiche, e come tanti ruscelli si diramano verso un oceano di informazioni, dati, ipotesi, acquisizioni, che spesso si intersecano e si sovrappongono. Al punto che un vero sindonologo dovrebbe avere una mente enciclopedica. Mettere ordine e orientarsi all'interno dell'immensa mole di materiale non è avventura da poco. Ma se un bilancio si può tentare, è questo: può accettare che la Sindone sia un falso medievale solo chi non conosce niente altro delle problematiche ad essa connesse e degli studi effettuati. Il verdetto del 14C è suonato assurdo alle orecchie degli esperti di sindonologia perché è in urto evidente con i dati scientifici che emergono dal lenzuolo stesso. Non si può cancellare un secolo di acquisizioni favorevoli all'autenticità. Un falso non è e non può essere. Con nessuna tecnica si poteva fabbricare nel Medio Evo, né si riesce tuttora ad ottenere qualcosa di simile con tutta la tecnologia moderna. A chi ancora gira con la vecchia lettera di Pierre d'Arcis fra le mani si oppone la fluorescenza a raggi X che non ha trovato la minima traccia di pigmenti pittorici. Nessun bassorilievo riscaldato o altre diavolerie simili possono spiegare la formazione dell'immagine. Al mistero di quell'impronta irripetibile si aggancia la certezza della permanenza di un cadavere in quel telo, solo per poche ore. In nessun modo, per caso o per astuzia, con la delicatezza dell'arte o la barbarie di un omicidio, si potevano avere tutte le cognizioni necessarie e le possibilità di applicarle alla realizzazione di un oggetto così singolare e complesso. È inevitabile allora essere pressati da un interrogativo urgente: se non è un falso, cos'è? Lo svolgimento anomalo della vicenda radiocarbonica, i limiti del metodo stesso per un oggetto così travagliato, la mole dei dati acquisiti grazie a tutte le altre ricerche scientifiche multidisciplinari rendono ragionevole non escludere l'autenticità dell'oggetto. Anzi. Quel lino ha tutte le caratteristiche di un telo funerario ebraico del I secolo proveniente dall'area palestinese. Quell'uomo ha subìto una crocifissione romana del I secolo con particolari sconosciuti nel Medio Evo, ma in sintonia con le successive scoperte storico-archeologiche. Quel corpo ha sofferto i tormenti descritti nei Vangeli, anche nei particolari "personalizzati". Quel sangue umano si è coagulato sulla pelle ferita e si è trasposto sulla stoffa per fibrinolisi, con modalità irriproducibili con un pennello. Quel cadavere, messo nel lenzuolo circa due ore dopo la morte, c'è rimasto circa 30-36 ore senza segni di putrefazione. Quell'immagine in negativo non è un prodotto artificiale: né dipinto, né stampa, né strinatura. È una proiezione del corpo che ha codificata in sé l'informazione tridimensionale ed è come se vi fosse stata impressa da un fenomeno fotoradiante. Quel lenzuolo non ha tracce di spostamenti: si è afflosciato giù, svuotato. Numerose, autorevoli testimonianze ci invitano a meditare sul messaggio racchiuso in quello straordinario lembo di stoffa. "La questione della Sindone - affermava lo scrittore Italo A. Chiusano all'indomani dell'esito negativo dell'esame radiocarbonico - per me resta una questione aperta. Adesso l'onere della prova spetta agli scienziati. Toccherà a loro spiegarci tutte le faccende dei pollini, della tridimensionalità, del negativo, delle coincidenze storiche e archeologiche, delle monete di Ponzio Pilato sugli occhi del cadavere, dei segni di decomposizione che non si vedono, dell'impossibilità che sia dipinta, eccetera. Gli scienziati avranno quindi moltissimo lavoro da fare. "Un lavoro talmente lungo che nel frattempo forse verrà fuori una prova che questo lenzuolo è, come tutto il resto, del tempo di Cristo. E allora noi non canteremo vittoria come hanno fatto i "carbonisti" ma umilmente ringrazieremo il Signore e sapremo che quella è comunque solo un'immagine del figlio di Dio che non ha bisogno d'immagine perché la sua Sindone è dentro l'anima di ciascuno di noi". L'esistenza di quell'immagine vivida sul lino richiama quesiti profondi. "Resta la domanda: "E voi, chi dite che io sia?" Per questo la Sindone - ha ricordato Lamberto Schiatti, sacerdote e giornalista - continua ad appassionare l'opinione pubblica, sfidando la scienza e provocando credenti e non credenti con il fascino di un mistero che ciascuno vorrebbe definitivamente svelato. "Nel silenzio della morte, l'Uomo della Sindone interpella l'umanità come il Cristo duemila anni fa: "E voi, chi dite che io sia?" La risposta non è facile, perché riconoscere il Cristo morto e risorto vorrebbe dire sconvolgere l'esistenza. "La Sindone, come il Cristo, non ha fretta. Pare non temere il tempo. Il "segno di Giona" non si impone. Pazienta e aspetta. Ma non si può cancellare". "La Sindone è muta - commenta ancora Schiatti - ma ci interroga con il suo silenzio. La Sindone tace, fa parlare la scienza". Non a caso il papa Giovanni Paolo II ha affermato: "Questo è un documento che sembrava aspettasse i nostri tempi". "Possiamo anche aggiungere - sottolinea il passionista Ignazio Del Vecchio - che la Sindone è, per i tempi moderni, ciò che furono le stupende cattedrali e le meravigliose sculture e pitture per i tempi passati: un grande "libro" mediante il quale tutti, indistintamente, sono introdotti e avviati alla comprensione del più grande mistero dell'umanità: quello dell'amore e della sofferenza di Dio". " Sembra che Gesù - prosegue il padre passionista - ripeta ancora agli attoniti studiosi le stesse parole rivolte all'incredulo Tommaso la sera dell'ottavo giorno di Pasqua: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente" (Gv 20,27). "A questo punto è necessario che lo stupore della scienza ceda il posto alle "meraviglie" della fede. "Non basta fare l'elenco dei segni delle sofferenze presenti nell'Uomo della Sindone. Non basta la veridicità delle impronte e nemmeno è sufficiente affermare che la figura impressa in quel lenzuolo sia quella del Gesù storico. Bisogna aggiungere, per esigenza di onestà, che si tratta del Cristo della fede, di Colui che ha vinto la morte ed è risorto. "Certo, la Sindone non ha mai preteso di provare la risurrezione di Cristo. Sappiamo bene che la prova decisiva della risurrezione ci viene esclusivamente dalla Sacra Scrittura, dalla tradizione apostolica, dalla Chiesa, alla quale diamo la nostra adesione di fede. "Ma dal momento che la Sindone si presenta come l'autentico lino che ha avvolto il corpo di Cristo deposto dalla croce, non potremo più sottrarle un titolo cui ha diritto: se essa "conobbe" il Cristo morto, "conobbe" anche il Cristo risorto. Il suo ruolo può essere quindi definito testimoniale. "Forse è per questo che il mistero della risurrezione, accolto mediante un atto di fede, ci raggiunge con vibrazioni nuove e accresciuta intensità. Perciò si deve ammettere che è necessario stabilire con la Sindone un dialogo assiduo, sincero, libero da qualsiasi rifiuto pregiudiziale. Un vero dialogo di fede. Occorre ascoltare l'invito rivolto da Gesù ai suoi increduli contemporanei: "Se non altro credete per le opere che vedete" (Gv 14,11). E le meravigliose opere di Dio non sono né poche né piccole. "Al profondo bisogno di una devozione cristologica "moderna" la Sindone fornisce una documentata e provvidenziale risposta. A noi cristiani resta il dovere di accogliere, custodire e diffondere questa testimonianza". Enrico Medi riteneva la Sindone "la più stupenda pagina sanguiscritta, autoracconto fedele e dinamico della Passione e Morte di Gesù Cristo". "Se la Sindone c'è - ha sottolineato Mons. Giuseppe Ghiberti, biblista ed esegeta - con il suo riferimento alla passione di Gesù, non è un caso, ma un dono di Dio". "Gesù ce l'ha lasciata accanto ai sacramenti", non ha esitato ad affermare Giovanni Paolo II. "Io guardo quel volto - disse Paolo VI - e tutte le volte che lo guardo il cuore mi dice: è Lui. È il Signore". "Fortuna grande, dunque, la nostra - dichiarava inoltre - se questa asserita superstite effigie della sacra Sindone ci consente di contemplare qualche autentico lineamento dell'adorabile figura fisica di nostro Signore Gesù Cristo, e se davvero soccorre alla nostra avidità, oggi tanto accesa, di poterlo anche visibilmente conoscere! "Raccolti d'intorno a così prezioso e pio cimelio, crescerà in noi tutti, credenti o profani, il fascino misterioso di Lui, e risuonerà nei nostri cuori il monito evangelico della sua voce, la quale ci invita a cercarlo poi là, dove Egli ancora si nasconde e si lascia scoprire, amare e servire in umana figura: "tutte le volte che voi avrete fatto qualche cosa per uno dei minimi miei fratelli, l'avrete fatto a me" (Mt 25,40)". "Noi sappiamo - ha affermato il card. Ballestrero - che nella S. Sindone l'immagine misteriosa dell'uomo crocifisso è sconvolgente. È un segno al quale possiamo fare riferimento per rendere più viva la nostra meditazione sulla passione e morte del Signore. È un segno al quale possiamo ispirarci per vedere in quell'uomo crocifisso non solo il Signore Gesù al quale noi crediamo e che noi amiamo e adoriamo, ma anche tutti i fratelli crocifissi ai quali siamo legati dalla carità del Vangelo e nei quali possiamo e dobbiamo amare il Salvatore". Eloquente il richiamo del card. Ballestrero: "La straziata immagine della Sindone può diventare ritratto di ogni uomo che nella fede vive la sua personale passione senza sfuggirne il dolore, ma comprendendo il fermento di speranze e la potenza di trasfigurazione che la Croce offre alla vita. "L'uomo della Sindone, nudo, ma anche spogliato di ogni superbia, d'ogni arroganza, d'ogni violenza, ci interpella con la sacralità del dolore e con la maestà della pace e quasi ci costringe ad essere più buoni. Quel volto ci trafigge e ci seduce!" Così Giovanni Paolo II ha definito la Sindone: "Una reliquia insolita e misteriosa, singolarissimo testimone - se accettiamo gli argomenti di tanti scienziati - della Pasqua, della Passione, della Morte e della Risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente!" "In quella carne miserabile - rifletteva lo scrittore Françoise Mauriac - uscita da un abisso di umiliazione e di tortura, Dio risplende con una grandezza dolce e terribile e quel volto augusto richiama l'adorazione forse ancor più dell'amore". È nudo. Tutto ha dato per redimerci. È muto. Parlano per lui le sue piaghe. Ci guarda ad occhi chiusi da dietro quel lino che un giorno ha attraversato. E così ci accoglierà quando noi, a nostra volta, lo attraverseremo.