L'impossibilità di falsificazione sulla Sindone

Emanuela Marinelli, Maurizio Marinelli
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Infalsificabile

La Professoressa Marinelli con il Professor BettinelliLa Sindone è un lenzuolo di lino (4,37 x 1,11 m) che ha certamente avvolto il cadavere di un uomo che fu flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al costato. Le macchie di sangue e di siero presenti sul lenzuolo sono irriproducibili con mezzi artificiali. È sangue coagulatosi sulla pelle di un uomo ferito e ridiscioltosi a contatto con la stoffa umida. Si tratta di sangue umano maschile di gruppo AB che all'analisi del DNA è risultato molto antico. Oltre al sangue, sulla Sindone c'è l'immagine del corpo che vi fu avvolto. Questa immagine, dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali del lino, è paragonabile ad un negativo fotografico. È superficiale, dettagliata, tridimensionale, termicamente e chimicamente stabile. È stabile anche all'acqua, non è composta da pigmenti, è priva di direzionalità e non è stata provocata dal semplice contatto del corpo con il lenzuolo: con il contatto il telo o tocca o non tocca. Non c'è via di mezzo. Invece sulla Sindone c'è immagine anche dove sicuramente non c'era contatto. I suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio. Si può dunque ipotizzare un effetto a distanza di tipo radiante. Sotto le macchie di sangue non esiste immagine del corpo: il sangue, depositatosi per primo sulla tela, ha schermato la zona sottostante mentre, successivamente, si formava l'immagine. L'immagine non è stata prodotta con mezzi artificiali. Non è un dipinto né una stampa: sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Non è il risultato di una strinatura prodotta con un bassorilievo riscaldato: le impronte così ottenute passano da parte a parte, tendono a sparire, hanno diversa fluorescenza e non hanno caratteristiche tridimensionali. Non conosciamo il meccanismo fisico-chimico all'origine dell'impronta. Si può ipotizzare un meccanismo come un fiotto di radiazione non penetrante che si attenua con il passaggio nell'aria e diminuisce con la distanza. La Sindone non può essere medievale. La manifattura rudimentale della stoffa, la torcitura Z (in senso orario) dei fili, la tessitura in diagonale 3 a 1, la presenza di tracce di cotone egizio antichissimo, l'assenza di tracce di fibre animali rendono verosimile l'origine del tessuto nell'area siro-palestinese del primo secolo. Altri indizi: grande abbondanza di pollini di provenienza mediorientale e di aloe e mirra; la presenza di un tipo di carbonato di calcio (aragonite) simile a quello ritrovato nelle grotte di Gerusalemme; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del primo secolo rinvenute a Masada, un'altura vicina al Mar Morto. Nel Medio Evo erano completamente ignorate le conoscenze storiche e archeologiche sulla flagellazione e la crocifissione del I secolo, di cui si era persa la memoria. L'eventuale falsario medievale non avrebbe potuto raffigurare Cristo con particolari in contrasto con l'iconografia medievale: corona di spine a casco, trasporto sulle spalle del solo patibulum (la trave orizzontale della croce), chiodi nei polsi e non nelle mani, corpo nudo, assenza del poggiapiedi. Inoltre avrebbe dovuto tener conto dei riti di sepoltura in uso presso gli ebrei all'epoca di Cristo. Lo stesso falsario avrebbe dovuto immaginare l'invenzione del microscopio, avvenuta alla fine del XVI secolo, per aggiungere elementi invisibili ad occhio nudo: pollini, terriccio, siero, aromi per la sepoltura, aragonite. Il falsario avrebbe dovuto conoscere la fotografia, inventata nel XIX secolo, e l'olografia realizzata negli anni '40 del XX secolo. Avrebbe dovuto essere in grado di macchiare il lenzuolo in alcuni punti con sangue uscito durante la vita ed in altri con sangue post-mortale; rispettando inoltre, nella realizzazione delle colature ematiche, la legge della gravità, scoperta nel 1666. Ammessa la conoscenza di tutte queste nozioni scientifiche, l'ipotetico contraffattore avrebbe dovuto avere la capacità ed i mezzi per produrre l'oggetto. È inconcepibile che un falsario di tale sovrumana levatura sia rimasto completamente sconosciuto a contemporanei e posteri dopo aver prodotto un'opera così perfetta; egli avrebbe però utilizzato una stoffa appena uscita dal telaio, e quindi medievale, vanificando tutti i suoi poteri di preveggenza sulle future scoperte scientifiche. Alla luce delle conclusioni scientifiche attuali, però, è innegabile che la Sindone abbia avvolto un cadavere. Sarebbe dunque da ipotizzare non un falsario-artista, ma un falsario-assassino; le difficoltà in questo secondo caso non sarebbero minori. Sarebbe stato impossibile per lo spregiudicato omicida trovare una vittima il cui volto fosse congruente in diverse decine di punti con le icone di Cristo diffuse nell'arte bizantina; e, soprattutto, "pestare a sangue" l'uomo in maniera adeguata, in modo da ottenere determinati gonfiori del viso riprodotti nelle icone. Ne avrebbe dovuti uccidere parecchi prima di raggiungere il suo scopo: sarebbe stato, quindi, un serial killer imprendibile... Anche altri particolari, come l'apparente assenza dei pollici e la posizione più flessa di una gamba, sono in sintonia con le antiche raffigurazioni del Cristo morto, ma difficilmente riproducibili con un qualsiasi cadavere. Procurare alla vittima, ormai deceduta, una ferita del costato con una lancia romana, facendone uscire sangue e siero separati, non è assolutamente un esperimento facile da compiere. Altrettanto arduo sarebbe stato mantenere il cadavere avvolto nel lenzuolo per una trentina di ore impedendo il verificarsi del fenomeno putrefattivo, processo accelerato dopo decessi causati da un così alto numero di gravi traumi. Un'altra difficoltà, ma non di minor peso, sarebbe stata quella di prevedere che da un cadavere si potesse ottenere un'immagine così ricca di particolari; infine, sarebbe impossibile togliere il corpo dal lenzuolo senza il minimo strappo o il più lieve spostamento che avrebbero alterato i contorni delle tracce di sangue. La realizzazione artificiale della Sindone è impossibile ancora oggi; a maggior ragione nel Medio Evo. Nonostante queste considerazioni, c'è ancora chi propugna ipotesi insostenibili.

La teoria della pittura

Il principale sostenitore di questa ipotesi contraria all'autenticità della Sindone è il chimico americano Walter McCrone. Egli ebbe la possibilità di esaminare al microscopio alcuni vetrini contenenti fibre tratte dalla Sindone e vi riscontrò la presenza di proteine, di ossido di ferro e di solfuro di mercurio (cinabro). Ne trasse la conclusione che la Sindone è un dipinto, in cui l'artista avrebbe usato delle proteine come legante sia per il pigmento di ossido di ferro con cui realizzò l'immagine, sia per il miscuglio di cinabro e ossido di ferro con cui dipinse il sangue. Il legante impiegato, un collante formato da proteine animali, sarebbe poi ingiallito con il tempo. Per stabilire la validità di un'ipotesi di pittura è necessaria l'identificazione di tali materiali, però non basta. Occorre anche dimostrare che essi sono presenti in quantità sufficiente e localizzati in zone tali da giustificare quanto appare all'occhio. Bisogna inoltre dimostrare che la loro presenza non si può spiegare più semplicemente con altri processi. E per di più, le conclusioni raggiunte devono essere in accordo con gli altri studi effettuati, specialmente, in questo caso, con le ricerche fisiche e l'analisi di immagine. Vediamo ora come queste condizioni non sussistano nel lavoro di McCrone. Dall'esame degli stessi vetrini Heller e Adler hanno tratto conclusioni molto diverse. Essi hanno puntualizzato che per individuare le proteine esiste una grande varietà di tests disponibili e che quello usato da McCrone, il nero d'amido, è un reagente generale che colora intensamente anche la cellulosa pura. Le reazioni ottenute da McCrone non erano dunque dovute a tracce di impurità proteiche nel lino, ma alla cellulosa stessa della stoffa che accettava la tinta! I suoi risultati non erano quindi affidabili. Heller e Adler usarono reagenti molto più specifici, come la fluoroscamina e il verde di bromocresolo. In base ai risultati di questi e altri complessi tests poterono affermare con certezza che le macchie rosse sono costituite da sangue intero coagulato, con attorno aloni di siero dovuti alla retrazione del coagulo. Ciò testimonia che il sangue si è coagulato sulla pelle di una persona ferita e successivamente ha macchiato la stoffa quando il corpo fu avvolto nel lenzuolo; impossibile ottenere macchie simili applicando sangue fresco con un pennello. Le proteine sono presenti solo nelle impronte sanguigne, mentre sono assolutamente assenti in tutte le altre zone, comprese quelle dell'immagine del corpo. Pertanto è impossibile sostenere che nell'immagine del corpo sia presente un legante proteico ingiallito. La maggior parte del ferro presente sulla Sindone è quello legato alla cellulosa. Gli esami spettroscopici e ai raggi X hanno mostrato una concentrazione uniforme del ferro nelle zone di immagine e di non-immagine; dunque non è il ferro che forma la figura del corpo. Una concentrazione di ferro più alta si osserva invece, come è logico, nelle aree delle impronte sanguigne, dove al ferro legato alla cellulosa, che è dappertutto, si somma quello legato all'emoglobina del sangue. L'ossido di ferro, invece, è una percentuale molto piccola, ed è da sottolineare che non si trova ossido di ferro né sull'immagine né sulle macchie di sangue. Dunque non manca solo il legante di pittura, manca anche il pigmento! Come si può, allora, dopo analisi chimiche così accurate, continuare ad affermare che la Sindone fu dipinta? O si è scientificamente incompetenti, o si è in malafede. Oltretutto, con una specifica analisi, si è osservato che l'ossido di ferro, in quei pochi punti dove è presente per le cause suddette, è estremamente puro e non contiene tracce di manganese, cobalto, nichel e alluminio al di sopra dell'1%. Queste tracce sono invece presenti nei pigmenti di pittura minerali. È stato trovato solo un cristallino di cinabro, che è da considerarsi un reperto accidentale. L'esame di tutta la Sindone con la fluorescenza ai raggi X non ha rilevato la presenza di alcun pigmento di pittura, quindi nemmeno di cinabro; questa sostanza non può essere responsabile della colorazione delle macchie rosse, peraltro certamente composte da sangue, semplicemente perché non c'è. È da tener presente che molti artisti hanno copiato dal vero la Sindone, e quindi la presenza occasionale di pigmenti da pittore non è inaspettata; anche perché quasi sempre le copie venivano messe a contatto con l'originale per renderle più venerabili.

Pasticci e pretese

Due professori dell'University of Tennessee (USA), Emily A. Craig e Randall R. Breese, affermano che l'immagine della Sindone si può realizzare usando un pigmento di ossido di ferro in polvere distribuito con un pennello o premuto con la parte piatta di un cucchiaio di legno, con l'aggiunta di collageno che viene poi sciolto dal vapore di una pentola d'acqua in ebollizione. I risultati delle analisi chimiche già citati contraddicono anche questa teoria. Come è noto gli scienziati americani, che esaminarono la Sindone con strumentazioni sofisticate, hanno escluso la presenza su di essa di qualsiasi pigmento; pertanto l'immagine non è assolutamente spiegabile con la teoria Craig-Breese. Per la realizzazione artistica esistono, inoltre, tali e tanti problemi pratici da renderla impossibile. Per tentare di realizzare l'opera, l'artista dovrebbe salire su una scala alta circa quattro metri e mezzo, posta a cavallo del modello, in modo da averne una veduta completa guardando in basso. In questa scomoda posizione, però, l'artista può comporre un'opera di proporzioni limitate. E come rappresentare l'immagine dorsale di un uomo in posizione supina? Il modello andrebbe posto in alto su uno spesso ripiano di plastica. Ma questa non esisteva nel Medio Evo! Ed un vetro si romperebbe. Inoltre, nel tempo di cui l'artista avrebbe bisogno per completare l'opera, sarebbe cessato il rigor mortis ed iniziata la putrefazione. "Esistono limiti insormontabili - ricorda una nota artista americana, Isabel Piczek - quanto alla dimensione dell'opera d'arte che un artista può produrre. Nessun artista, in nessuna epoca, ha realizzato un dipinto lungo 4,36 metri che presentasse le qualità visive dell'immagine della Sacra Sindone". Inoltre, come faceva notare il famoso scrittore Italo A. Chiusano, la figura umana visibile sull'antico lino conservato a Torino non rientra in alcuno stile artistico; nessuno avrebbe potuto realizzare un'opera simile, in nessuna epoca. Eppure c'è chi è giunto addirittura ad affermare che la Sindone sia opera di Leonardo da Vinci: due scrittori inglesi, Clive Prince e Lynn Picknett. Qui siamo veramente all'assurdo: non fosse altro, perché quando la Sindone viene consegnata alla famiglia Savoia (22 marzo 1453), Leonardo era ancora nella culla. Ed il lenzuolo, con tanto di immagine sopra, era in giro per la Francia da un secolo. Ovviamente la difficoltà viene aggirata dai due inglesi con molta disinvoltura: il telo non sarebbe lo stesso. Fra l'arrivo della Sindone, proveniente da Lirey, nelle mani dei Savoia, e la pubblica esposizione avvenuta a Vercelli nel 1494 ci sarebbero circa 40 anni di nascondimento. La costruzione della Sainte-Chapelle, nella quale la reliquia viene posta nel 1502, "era forse - insinuano i due scrittori - per divenire la sede di una nuova, e migliore, Sindone?" Il famoso lino sarebbe nientemeno che un autoritratto di Leonardo da Vinci, fabbricato nel 1492 su commissione della Chiesa per avere una falsa Sindone. Secondo gli autori inglesi, Leonardo "potrebbe aver inventato una prima forma di fotografia per creare l'immagine negativa sulla Sindone". Egli avrebbe impiegato una specie di camera oscura, delle lenti e una tela "sensibilizzata" con alcuni ingredienti. Quali? Prince e la Picknett partono da sale (di cromo) e bianco d'uovo, poi tentano il succo di limone (poco ci mancava per una maionese) e arrivano alla sostanza con cui ottengono i risultati "più simili alla Sindone". Scusandosi per l'indelicatezza, la nominano: "urina". Poi 6-12 ore di esposizione di fronte ad un modello illuminato con lampade UV per simulare "il caldo sole italiano" e il gioco è fatto. Per la perfezione anatomica del modello, nessuna difficoltà: "Leonardo aveva avuto un permesso speciale dalla Chiesa per la dissezione dei cadaveri freschi provenienti dagli ospedali". Si lava la tela in acqua fredda, si espone al calore, poi si lava in acqua calda e detergente. Così resta solo l'immagine "strinata" e indelebile. Qualche ritocco di sangue completa l'opera. Come sempre, i "moderni falsari" mostrano quello che hanno ottenuto, più o meno somigliante alla Sindone: ovviamente all'apparenza, da verificare in laboratorio. "Non sappiamo quanto tempo Leonardo abbia impiegato a realizzarla", ammettono, bontà loro, i due inglesi. Ma non dubitano sull'autore. La Picknett dice di aver ricevuto un messaggio tramite la "scrittura automatica" firmato "Leonardo". Secondo Nicholas Allen, professore di Belle Arti dell'Università sudafricana di Port Elisabeth ed esperto di fotografia, l'immagine della Sindone si può realizzare con una "lente al quarzo, nitrato d'argento e luce solare naturale". Si otterrebbe una "strinatura del lino indotta chimicamente". "La lente - specifica Allen - sarebbe stata posta a metà strada tra il corpo e il lenzuolo, che doveva essere ad otto metri di distanza". Allen ritiene che la Sindone possa essere la più antica fotografia del mondo, frutto dell'ingegno di un "pioniere" medievale che potrebbe aver appeso sotto il sole, in posizione verticale, un manichino o un cadavere dipinto di bianco "per un numero non specificato di giorni" di fronte ad una rudimentale camera oscura contenente un lenzuolo opportunamente trattato con nitrato d'argento. Avrebbe poi fissato l'immagine ottenuta con una soluzione ammoniacale diluita o "probabilmente persino urina"! L'ipotesi di un cadavere appeso per giorni al sole è assurda, non fosse altro perché il rigor mortis non sarebbe durato così a lungo. Ma anche un manichino non è proponibile. La Piczek fa notare che nel Medio Evo nessuno avrebbe potuto realizzare una statua così corretta da lato anatomico. E poi, come spiegare i coaguli ematici se non con il contatto diretto con un cadavere?

La teoria del bassorilievo

L'assenza di qualsiasi traccia di pennellate sulla Sindone ha fatto elaborare una differente teoria di falso: quella del bassorilievo strofinato. Il propugnatore, Joe Nickell, è un ex-prestidigitatore privato americano, oggi esponente del Comitato di indagine scientifica sui fenomeni paranormali di Buffalo, negli Stati Uniti. Secondo lui, il falsario avrebbe usato un bassorilievo strofinato e ricoperto di ossido di ferro con tracce di acido solforico, su cui avrebbe applicato il lenzuolo; ma i già citati risultati delle analisi chimiche condotte sulla Sindone contraddicono anche questa teoria. Nickell trova impossibile che il sangue sia così rosso e definisce i rivoli di sangue "rivoletti molto artistici che scendono graziosamente dalle ferite". Che cosa ci sia di artistico e di grazioso nelle colate sanguigne sulla Sindone proprio non si capisce; e comunque il loro rosso è stato spiegato dagli scienziati con l'abbondante presenza di bilirubina, testimone delle sevizie subite da quel corpo. Un'altra difficoltà opposta da Nickell è la presunta assenza di deformazioni nell'immagine, affermazione questa che tradisce sempre una superficiale osservazione della Sindone. L'occhio esperto di una persona competente rileva invece che le deformazioni, dovute all'avvolgimento di un vero corpo umano in un lenzuolo, ci sono e non poche. È senz'altro da escludere anche l'ipotesi che l'immagine sia stata prodotta prima del 1350 con un bassorilievo riscaldato a 220° C da un falsario che avrebbe poi applicato il sangue con un pennello. Questa teoria, sostenuta da un antropologo di Bari, Vittorio Pesce Delfino, si basa su alcune somiglianze esistenti fra le leggere strinature e l'immagine sindonica, che è dovuta alla ossidazione, disidratazione e coniugazione della cellulosa componente il lino. Sull'immagine sindonica sono assolutamente assenti pigmenti, colori o tinture. La microchimica, la fluorescenza a raggi X, l'esame all'ultravioletto e all'infrarosso lo confermano con assoluta certezza. Il colore giallo delle fibre è dovuto ad una trasformazione del lino stesso. Finora gli scienziati non sono riusciti a riprodurre adeguatamente il fenomeno presentato dall'immagine sindonica e a trovare la causa della sua formazione. Il problema è che alcune spiegazioni che potrebbero essere sostenibili da un punto di vista chimico sono escluse dalla fisica; e, per contro, certe spiegazioni fisiche, che potrebbero essere interessanti, sono completamente escluse dalla chimica. La questione è dunque complessa e di non facile soluzione; comunque, una spiegazione può essere plausibile solo se è scientificamente ben fondata da un punto di vista fisico, chimico, biologico e medico. Bisogna tener presente, come punto fermo di partenza, che gli scienziati hanno già affermato con certezza che dentro quel lenzuolo c'è stato un corpo umano ferito e con sangue coagulato. Come sostenere, allora, l'ipotesi del falsario che realizza l'immagine con un bassorilievo?

Problemi vari

Ci sono innanzitutto i problemi di esecuzione, dato che si sarebbe dovuto operare con un lungo lenzuolo su un bassorilievo di oltre quattro metri. C'è poi il diverso comportamento sotto radiazione ultravioletta: l'immagine della Sindone non emette fluorescenza, a differenza delle strinature che risultano fluorescenti. Di più, l'immagine sindonica è estremamente superficiale, interessa solo due o tre fibrille del filo; invece quella ottenuta con il bassorilievo passa da parte a parte ed è visibile anche sul retro della stoffa; nonostante questo tende a scomparire nel volgere di pochi mesi! Il falsario, inoltre, avrebbe dovuto aggiungere il sangue successivamente sull'immagine ottenuta; ma questa operazione presenta varie difficoltà. Anzitutto l'immagine sindonica si vede solo da lontano; il pennello avrebbe dovuto essere lungo almeno due metri per mettere il sangue nelle zone giuste! E questo sangue doveva essere "dipinto" in punti anatomicamente corretti, senza lasciare tracce di pennellate e con modalità e caratteristiche sconosciute all'epoca della realizzazione. Doveva, inoltre, come si è già detto, essere sangue coagulato con attorno aloni di siero invisibili ad occhio nudo, il che testimonia, viceversa, il contatto del lenzuolo con un vero cadavere. Infine, gli scienziati hanno scoperto che le fibrille insanguinate della Sindone non sono ingiallite sotto la patina rossa del sangue. Quindi il sangue ha "protetto" le fibrille sottostanti mentre si formava l'immagine del corpo. Allora si dovrebbe pensare che il falsario abbia messo prima il sangue nei punti opportuni e poi abbia applicato il lenzuolo sul bassorilievo caldo. Ma, in questo caso, oltre la difficoltà di far combaciare le macchie di sangue sui punti giusti, ci sarebbe l'inevitabile alterazione del sangue a diretto contatto con il bassorilievo riscaldato a 220°C. Carlo Papini obietta che se il sangue fosse stato presente sulla Sindone prima dell'incendio del 1532, si sarebbe volatilizzato con il calore raggiunto all'interno della cassetta. Sappiamo che in quell'occasione il reliquiario d'argento fuse parzialmente e che in alcuni punti il lenzuolo si è carbonizzato. Anche il sangue si è bruciato, ma solo in quei punti. La temperatura di fusione dell'argento è di 960,8°C; allora come spiegare la salvezza della maggior parte della stoffa? Bisogna considerare che il danno subito dalla Sindone fu provocato dal metallo rovente, probabilmente lungo giunture di lega "povera", ma non dal fuoco diretto. Nella cassa chiusa, nonostante la temperatura elevata, la tela e il sangue non sono bruciati per mancanza di ossigeno, anche se il lino, nel suo complesso, avrà comunque subito trasformazioni chimiche invisibili ad occhio nudo. Nelle zone adiacenti alle bruciature si nota un diverso grado di alterazione in proporzione al calore ricevuto. Interessante il fatto che l'immagine, invece, non subì alcuna alterazione nelle vicinanze delle bruciature, a riprova del fatto che non solo sono assenti pigmenti minerali, come già si è detto, ma manca anche qualsiasi pigmento organico, che si sarebbe trasformato in maniera evidente con il calore. L'ipotesi dell'artefatto è esclusa anche da molte altre considerazioni. Come già detto, il falsario avrebbe dovuto mettere sulla Sindone alcuni particolari invisibili ad occhio nudo, come alcuni segni di flagello sottili come graffi e il terriccio ai talloni, alle ginocchia e al naso; avrebbe dovuto spargere sul telo pollini di piante inesistenti in Europa, ma presenti in Palestina; e tracce degli aromi usati per la sepoltura. Avrebbe inoltre immaginato i fori dei chiodi nel palmo della mano, come sempre hanno raffigurato gli artisti, e non nei polsi come si osserva sulla Sindone. Non avrebbe pensato ad una corona a casco e al trasporto del patibulum invece dell'intera croce. Nell'immagine ci sono poi molte asimmetrie e deformazioni, come si può osservare, ad esempio, nella mano destra con le dita apparentemente troppo lunghe o nell'immagine frontale delle gambe, che sembrano sproporzionatamente lunghe fra le ginocchia e le caviglie. Solo l'avvolgimento di un vero corpo in un lenzuolo con le relative pieghe può spiegare le apparenti anomalie. Impossibile, infine, l'applicazione differenziata di sangue venoso ed arterioso nei punti anatomicamente giusti sulla fronte e di sangue post-mortale nella ferita del costato e ai piedi, in un'epoca in cui non esistevano ancora queste cognizioni scientifiche. Anche l'ipotesi del falsario che opera con un bassorilievo riscaldato è dunque insostenibile. L'analisi oggettiva della Sindone porta ad una sola conclusione: l'impossibilità di falsificazione.