Terzo capitolo di una storia vera e romanzata: un ragazzino di 10 anni viene fagocitato dalle sabbie mobili della società a Rio de Janeiro e del suo sistema giudiziario. Nel luglio scorso, questo ragazzino sarà arresto per la tredicesima volta in due anni…
Il fiotto si sangue gli aveva già coperto il viso incredulo. Salato il
sapore, caldo l’odore, più nero che rosso il colore. Il calcio della pistola
sortisce sempre quell’effetto: taglio ampio e profondo sul cuoio capelluto.
Inferto da mani esperte , il colpo riesce sempre a convincere la capoccia del
malcapitato a più miti consigli. Non fu esaltante il primo assalto di Pedro
anche se il piano sembrava semplice e geniale allo stesso tempo: correre urlando
in formazione allineata di dieci e travolgere tutti i sventurati bagnanti di
Copacabana arraffando il maggior numero possibile di oggetti. Cosi si
definiscono gli arrastoes, vere e proprie razzie balneari dell’estate carioca.
Quel giorno gli sbirri erano in gran numero anche se a sbaragliare la falange di
Pedro e Jorge erano bastati tre tiras che, manganelli e pistole in resta,
sgominarono la gang in men che non si dica. Pigiato dentro il furgone rovente
che lo portava al suo primo appuntamento con la giustizia, Pedro riceveva gli
utili consigli del cuginetto per affrontare la gimcana di assistenti sociali,
delegati della giustizia e guardie carcerarie che di lì a poco avrebbe
intrapreso. “ Per primo dare falso nome e falsa età. Silenzio assoluto su dove
si vive. Negare tutto, negare sempre. Ultimo, ma più importante, dì che hai
l’AIDS…al momento giusto ti sarà utile” . Pedro annuì, ma non si spiegava il
perché di tutto quei precetti soprattutto sull’ultimo proprio non riusciva a
darsi risposte…l’AIDS, e che cos’è? In fondo era stato appena beccato a compiere
una ruberia quindi – pensò – questi adesso mi fanno la predica e mi riportano a
casa dove nessuno si dannerà più di tanto per la sfortunata scappatella. A tutto
questo pensava mentre la città gli scorreva davanti scomposta nei tanti piccoli
quadratini delle fitte maglie dei finestrini blindati. Una dolente bellezza gli
schiacciò il cuore. Pensò all’aquilone mentre Jorge continuava a inveire ed
enunciare le qualità delle mamme dei carcerieri… Paf! Tutto interrotto da un
manganellata sulla schiena: erano arrivati al commissariato per i minori e
quello era il benvenuto, il segnale inequivocabile di quello che stava accadere
nei prossimi giorni. Per “Occhi di gatto” non era novità. Per Pedro, invece, il
primo colpo mortale alla sua innocenza. Davanti alle domande del delegato,
mantenne fede alle indicazioni di Jorge: nome falso, false generalità e l’AIDS.
Ascoltare questo disco già gracchiante di tanto suonarlo, era esercizio ormai
stantio per i tipi del commissariato e ciò aumentava la loro stizza. “Bene,
vagabondo senza nome, oggi stesso fari conoscenza delle delizie dell’albergo
Padre Severino e le sue infinite stelle…quelle che vedrai”. L’inaspettata dura
sentenza del delegato, ruppe gli argini dei suoi occhi e le lacrime cominciarono
a sgorgare copiose contro la sua volontà. Non voleva mostrasi debole, ma lo
spalancarsi dell’indefinito, gli aveva sbottonato un dolore difficile da
dissimulare. Un ghigno cinico e costellato di carie accompagnò Jorge mentre
veniva portato via. Egli irrideva ai poliziotti, al destino e alle lacrime
inutili di Pedro. Li stavano separando e l’idea di dover dormire da solo al
grand’hotel, inaridì d’un colpo la fonte del pianto e del singhiozzo del figlio
di Dona Maria. Era già notte fonda quando Pedro giunse a destinazione: il famoso
Padre Severino spalancò le porte a Pedro preso in flagrante durante un assalto.
Lì avrebbe aspettato di conoscere il suo futuro prossimo in celle sovraffollate
dove i letti erano giacigli di cemento neri come la pece. Entrando lo colpirono
due particolari: la quantità di ragazzini della sua età cacciatisi nei guai per
un aquilone e lo sguardo beffardo degli stessi che vedendolo inoltrarsi nei
corridoi del carcere gli gridavano “ Benvenuto alla nuova donnina dei
secondini”. Il terzo giro di chiave lo tagliò fuori dal mondo e lo infilò nella
notte più buia della sua acerba esistenza. In cella non riuscì a contare i suoi
compari di sventura. Un odore brusco di creolina e cacca e l’assoluta mancanza
di spazio, gli fecero subito intendere che quella non sarebbe stata una notte in
cui poter chiudere gli occhi e parcheggiare cuore ed ossa in un cantuccio
tranquillo. Stette incollato alle sbarre grosse e d arrugginite nella speranza
che avessero potuto riaprirsi magicamente con un apritisesamo qualsiasi. Rimase
per più di un’ora fissando l’uno sguardo amico di quella babilonia di facce
ostili anche se era lo sguardo di chi, incedibile, era riuscito e chiudere
occhio ed abbozzare un sonnellino. “Hey novellino, tra poco ti tocca: non urlare
o te ne pentirai”. Prima che potesse chieder chiarimenti sulla frase
bisbigliatagli dal più robusto della compagnia, una selva di mani gli tappò la
bocca, poi gli afferrò le caviglie e i polsi per poi trascinarlo verso l’angolo
più buio della cella. I fiati accelerati ed eccitati dei piccoli carcerati, si
abbatterono su Pedro che ormai era steso e immobilizzato a terra con i
pantaloncini abbassati. A quel punto ogni dubbio era fugato circa quello che lo
stava aspettando. Tentò un ultimo, disperato gesto per tirarsi fuori dall’orda
eccitata, ma il capo branco lo ghermì per il collo asfissiandogli l’urlo in
gola, e gli disse in tono quasi amicale “ Se non ti sbatti, ti farà male solo un
po’ all’inizio e poi comincerà a piacerti”. Passarono alcuni lunghissimi istanti
nei quali Pedro cercò di scacciare l’incubo per ritrovarsi, come d’incanto, tra
le casette sgangherate della favela a zampettare dietro agli aquiloni, nelle
stradine strette a scagliare biglie di vetro o a convincere gli amichetti a
farlo giocare nello loro squadra perlomeno a porta, o sul tetto della vicina per
tuffarsi in dieci e cento nella serbatoio e innaffiare tutti i passanti con le
note del pagode che introducevano ad amori precoci ed impossibili. Alla prima
spinta, il dolore lo lasciò senza fiato. Il suo corpo era stato violato e
qualcosa di bramoso e caldo gli stava stracciando l’anima. Ad ogni gemito del
suo violentatore, un tratto della sua umanità soccombeva per fare spazio a
pensieri di morte e vendetta. Quando toccò al secondo del gruppo, cominciò a
odiare la mamma per averlo messo al mondo e quando cominciò a odiare il padre,
sia accorse di averne uno, si accorse di quanto gli era mancato. Quando fu il
terzo a piombare su di lui, concentrò la residua energia per rappresentarsi con
dovizia di particolari la tortura che avrebbe inflitto ad ognuno di loro. Li
avrebbe trascinati uno ad uno dai trafficanti del suo morro per riservargli il
trattamento del micro-onde: bruciati vivi con i copertoni dei camion e fatti a
pezzi. Una salva di sprezzanti sputi sui resti umani avrebbe concluso la
vendetta. Dando ragione al capoccia del branco arrapato, il dolore andò via via
attenuandosi con il succedersi degli stupri. In quanto al piacere promesso…fu
solo un tiepido intorpidimento a lenire la ferita sanguinante del suo corpicino.
Quando tutto sembrava scivolare sul tranquillo con preda sottomessa e cacciatori
satolli, l’urlo secco e lancinante di Pedro disperse l’accerchiamento e richiamò
l’attenzione di un assonnato secondino. Fece giusto in tempo a ricomporsi per
presentarsi sull’attenti alla guardia che aveva raccolto il suo grido disperato.
Finalmente qualcuno a fare giustizia – disse tra sé e sé cercando di farsi
coraggio – qualcuno che riparerà il torto subìto. Cominciò a fare rapporto
sull’accaduto indicando senza paura i suoi carnefici i quali, però, non senza
destare sospetti nella testolina confusa del nostro cacciatore di aquiloni, si
scambiavano sguardi e segni di complicità; sguardi e segni raccolti dal
secondino che, a quel punto, tagliò corto sulla denuncia dello smilzo che gli
stava di fronte ordinandogli di seguirlo fuori dalla cella. (Continua)