Al sig. Direttore di "ITALIAMIGA"

Antonio Di Pietro - Busto Arsizio 19.02.2002

Antonio Di PietroCaro Direttore, a dieci anni dall'inizio di Mani Pulite siamo ancora a chiederci come uscire da Tangentopoli. A mio avviso e' possibile e lo era anche prima se solo lo si avesse voluto. Finora non e' stato possibile perche' invece di affrontare le cause che avevano generato Tangentopoli si e' cercato di arginare l'attivita' di indagine dei magistrati. Mi spiego. Che negli anni '90 ci fosse una diffusa corruzione, un capillare finanziamento illecito ai partiti ed un sistema truccato degli appalti non sono cose che ci siamo inventati noi magistrati. Era la realta'. Bisognava quindi che il legislatore prendesse provvedimenti che isolassero dal contesto politico-imprenditoriale coloro che si erano macchiati di reati e nello stesso tempo adottasse misure di prevenzione affinche' tali reati non potessero piu' commettersi. Cosi' il sistema politico istituzionale avrebbe dovuto fare se avesse voluto affrontare le cause. Invece si e' esercitato solo a delegittimare e screditare la magistratura, a varare leggi per rendere piu' difficile l'acquisizione probatoria (come ha fatto il centrosinistra con la riforma dell'art. 513 cpp e dell'art. 111 della Costituzione) a cancellare intere ipotesi di reato o a rendere impossibile la collaborazione fra Stati nella lotta alla criminalita' (come ha fatto il centrodestra con la depenalizzazione del reato di falso in bilancio e con la nuova normativa sulle rogatorie). Cosa fare allora? Ci vogliono serie leggi e provvedimenti per ridare trasparenza ed efficienza ai rapporti tra Pubblica Amministrazione e mondo degli appalti (ad esempio prevedendo le cosiddette "stazioni appaltanti, affidate ad Autority di prestigio e di sicura garanzia di imparzialita'). Ci vuole infine una regolarizzazione efficace (e quindi esattamente opposta a quella proposta di recente dalla maggioranza parlamentare) in materia di conflitti di interessi e di gestione del servizio di informazione al pubblico). Ci vuole soprattutto una legge che vieti la candidatura ed ogni ruolo politico alle persone condannate e che vieti l'assunzione di incarichi governativi a persone rinviate a giudizio per reati infamanti. E' una legge di tal buon senso, giacche' tale regola vale per coloro che vogliono fare i bidelli e i vigili urbani e non si capisce perche' non dovrebbe valere anche per i parlamentari. Invece di fare tutto cio' il sistema politico e di potere in Italia ha perso anni di tempo per fare le guerra ai magistrati. Siamo stati riempiti di contumelie, calunnie, diffamazioni, delegittimazioni e denigrazioni. Se un bilancio si vuole fare, si puo' dire che certamente, a seguito della nostra azione, la collettivita' ha potuto avere la riprova di cio' che tutti all'epoca sussurravano ma che pochi osavano dire: il nostro paese era pervaso da una corruzione politica diffusa che ne impediva un sereno sviluppo democratico ed economico. "Mani Pulite", quindi, non e' stata una "guerra civile" posta in essere dai magistrati per sostituire una classe politica con un'altra (come stupidamente e spudoratamente qualcuno - compreso il nostro Presidente del Consiglio - va dicendo in giro). Ci sono state pacchi intere di sentenze di condanna, spesso confessate e patteggiate che dimostrano che la genesi di Mani Pulite non e' stato un teorema inventato dai giudici ma l'amara constatazione di una realta' politica e imprenditoriale corrotta e corruttrice. Ci accusano di aver fatto errori. Certo l'errore e' sempre possibile in chi lavora. Per questo il nostro sistema penale prevede una fitta serie di impugnazioni e di garanzie. Cio' che non e' tollerabile e' quando possibili errori commessi vengono strumentalizzati per "rovesciare" la verita' storica dei fatti, sicche' dopo dieci anni sembra che i colpevoli dei misfatti della Prima Repubblica non siano coloro che hanno commessi i reati ma chi li ha scoperti. Accusare un magistrato di non aver voluto fare indagini o di averle voluto fare per finalita' politiche , ovvero di aver applicato "due pesi e due misure" equivale ad accusarlo di aver commesso un reato (quanto meno di abuso di ufficio). Sono accuse infondate ed offensive perche' non vere e gia' ampiamente smentite in ogni sede (anche da parte della Corte di Giustizia Europea, a seguito di ricorso di Bettino Craxi). Per evidenti interessi personali e politici, ogni giorno c'e' qualcuno che alza il dito e afferma una stupidaggine di accusa qualsiasi e poi altri la riprendono, l'ampliano e ne nasce un tormentone con lo scopo di confondere il giudizio dell'opinione pubblica. Un esempio? Per anni Davigo e' stato accusato di aver perseguito "finalita' politiche" per aver detto "dobbiamo rivoltare l'Italia come un calzino". Invece quella frase l'aveva detto Giuliano Ferrara e Davigo si era limitato a riprenderla in un convegno proprio per stigmatizzarla e criticare il fatto che un Ministro in carica (qual'era all'epoca Ferrara) dicesse una cosa del genere (e' tanto vero cio' che poi Ferrara verra' pure condannato per diffamazione per aver attribuito a Davigo cio' che aveva detto lui). Dobbiamo allora chiederci: perche' si e' fatto e si fa uso di questa tecnica? Chiaro: per erodere il consenso che i magistrati hanno avuto (ed hanno ancora in parte) dell'opinione pubblica e cosi' avere lo spazio politico per varare leggi e prendere provvedimenti a favore di interessi personali propri e di propri amici, quali ad esempio la nuova legge sulle rogatorie, la depenalizzazione del falso in bilancio, il rientro dei capitali dall'estero (tutte leggi che - per caso, ma solo per caso come direbbe il Procuratore generale Borrelli - riflettono i loro effetti vantaggiosi sui processi riguardanti il Presidente del Consiglio Berlusconi). Quanto a me, dopo dieci anni e' tempo anche di "bilanci e riflessioni personali". Ovviamente sono orgoglioso di aver avuto la "ventura" di essermi trovato al posto giusto al momento giusto. Il buon investigatore come il passeggero del treno. Il treno deve passare ma il passeggero che non vuole perdere l'appuntamento con la sua storia personale deve arrivare puntuale alla partenza. Ed io mi sono comportato come quel passeggero che non ha voluto perdere il "treno della responsabilita'" che la sua professione gli imponeva. Detto cio', e' chiaro che non sono ne' mi sono mai sentito un "unto del Signore"" o un Santo in terra. Sono "uno di noi ", un figlio di questo tempo che - quando e' stato chiamato a fare il proprio dovere, pero' - non si e' tirato indietro ne' ha fatto sconti a nessuno, nemmeno alle persone che conosceva. Sono sempre stato una persona normalissima con tutta la mia storia personale e familiare. Mi riferisco ai miei rapporti personali, alle amicizie che ho creduto sincere, vivaddio anche a taluni miei comportamenti incauti che certamente ora, se potessi tornare indietro, modificherei (d'altronde, chi e' senza peccato scagli la prima pietra si legge nel vangelo). L'interessante e' che dalle esperienze passate si tragga insegnamento per migliorare il presente e affrontare con piu' tempra il futuro ed io lo sto facendo con la determinazione di sempre, anche se sotto altre vesti, quelle del politico (come parlamentare europeo e Presidente del Movimento Italia dei Valori). Certo, ho dovuto lasciare la magistratura e questo ha procurato anche qualche delusione tra chi vedeva in me un punto di riferimento ma l'ho dovuto fare per difendere il mio onore e per salvaguardare da strumentalizzazioni l'inchiesta Mani Pulite ed i miei colleghi del Pool. Non avevo altra scelta per essere creduto e per essere credibile. Lo rifarei ancora. Si' con la morte nel cuore ma lo rifarei ancora.