Ayad Anwar uno di noi

di Aldo Cazzullo  - dal Corriere della Sera del 5 ottobre 2004

Gli assassini hanno fatto prima. Prima della Farnesina, che alla telefonata d'allarme - «hanno rapito mio fratello» - aveva risposto: mandi un fax. Prima dell'incaricato d'affari italiano a Bagdad, che era sempre appena uscito o non ancora rientrato. Prima dell'ex moglie italiana, che non ha mai speso una parola. Prima del figlio Omar, dodici anni, cui hanno detto che papà era stato rilasciato, ma non si era convinto, visto che prima papà telefonava tutti i giorni, e ora non più. Il kalashnikov ha precipitato Ayad Anwar Wali nella fossa scavata ai suoi piedi - nel rito genocida che fu dei nazisti e dei khmer rossi - prima che l'Italia si accorgesse di lui. L'appello che Emad Wali, imprenditore a Castelfranco, aveva affidato al Corriere per la salvezza del fratello ha oggi il sapore agro della sofferenza inutile. Impegnati nel giusto sforzo di riportare a casa due italiane che vorrebbero vivere come irachene, e contro cui è montato un risentimento forse ingiusto, abbiamo trascurato un iracheno che voleva diventare italiano. Ayad Anwar Wali detestava Saddam e amava Ornella Muti. Non frequentava la moschea ma si sposò in una chiesa cattolica per riguardo a Sara Podavini, la ragazza incontrata sulla spiaggia di Sottomarina. Non rispettava il Ramadan ma apprezzava i vini e i cibi della terra che l'aveva accolto, il Veneto. Era contro la guerra americana ma più ancora - parola di suo fratello - contro il terrorismo islamico. Era, nel bene e nel male, uno di noi. Amava l'Italia, e non ne è stato corrisposto. Qualche segnale negli ultimi giorni era arrivato. Gustavo Selva, presidente della Commissione Esteri della Camera, aveva scritto: stiamo lavorando. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva assicurato l'interessamento del governo. Alla Camera era in calendario per oggi un'interrogazione della Margherita. E' difficile indicare un colpevole. E forse non c'era molto da fare, per un uomo senza patria e quasi senza famiglia. Ancora ieri sera i tg parlavano di «sequestro anomalo» e di una richiesta di riscatto (smentita da Emad Wali). Forse anomali siamo noi, che ci sentiamo al riparo dall'onda di piena, che non abbiamo ancora realizzato di essere bersagli. Perché Ayad è stato preso per causa nostra. Questo solo avevano detto alle sorelle rimaste a Kirkuk: era un traditore perché lavorava per gli italiani. Nelle ultime immagini che ci restano di lui gli assassini lo costringono a parlare di Mossad e di trame nucleari. Ma erano i mobili di Brugnate (Pordenone) e le piastrelle di Possagno (Treviso) che vendeva in Iraq. Almeno questo sta a noi: conservarne la memoria, per poter spiegare un giorno a Omar quale fine abbia fatto e chi fosse suo padre. Basterebbe una parola sola: un italiano.