Condanna di piazza

Antonio di Pietro - Curno 26.3.2002

Al Sig. Direttore " Italiamiga"

L'evento piu' rilevante della settimana e' stata indubbiamente la grande manifestazione di piazza organizzata dalla CGIL a Roma. Essa e' stata innanzitutto la risposta piu' appropriata al barbaro atto terroristico compiuto dalle Brigate Rosse (o da chi si spaccia per loro). Per stessa ammissione di chi l'ha rivendicato, l'assassinio di Marco Biagi aveva lo scopo di fermare il pacifico confronto delle opinioni ed il civile dibattito delle idee specie su un tema delicato e controverso qual'e' il rapporto di lavoro. Invece cosi' non e' stato. Se prima dell'uccisione di Biagi si prevedevano solo (si fa per dire) alcune centinaia di migliaia di partecipanti, dopo ne sono arrivati (ne siamo arrivati, perche' c'ero anch'io con una folta delegazione di militanti dell'Italia dei Valori) oltre due milioni. La manifestazione si e' subito trasformata da "protesta sindacale di piazza" inizialmente indetta per rivendicare il diritto a non essere licenziati senza giusta causa a "condanna di piazza" contro ogni forma di terrorismo. E' stata una manifestazione pacifica e composta, a tratti sommessa e piena di tristezza per quel barbaro assassinio avvenuto pochi giorni prima, ma nello stesso tempo abbiamo voluto dimostrare che non ci lasciamo ne' dobbiamo lasciarci intimidire. Biagi, esperto in diritto del lavoro, ha avuto il solo torto di offrire la sua competenza tecnica alle Istituzioni pubbliche (prima al governo del centrosinistra ora a quello di centrodestra) per cercare di trovare una soluzione equilibrata a due legittime ma opposte esigenze: quella dei lavoratori ad avere assicurato il loro posto di lavoro (per sentirsi piu' sicuri e meno precari nel programmare il proprio futuro) e quello degli imprenditori nel poter ricorrere con una certa flessibilita' alla manodopera senza doversi legare ogni volta a vita ai propri dipendenti di cui magari abbisognano solo per brevi periodi di tempo. Come lui e prima di lui, molti altri "consulenti istituzionali" sono stati uccisi proprio per il loro ruolo e la loro opera di intermediazione e di coadiutori alla risoluzione di problemi: Ruffilli, Bachelet, Tarantelli, D'Antona per citarne alcuni, tutti giuristi e riformisti che lavoravano alla modernizzazione della sociata' italiana avendo come obiettivo i principi di equita' e di solidarieta'. Il delitto di Biagi, effettuato proprio nel momento di maggior tensione nei rapporti fra Governo e Sindacati , rischiava di mettere oggettivamente in difficolta' questi ultimi (specie la CGIL, che e' quello piu' massicciamente presente nelle fabbriche, piu' politicamente schierato e piu' personalmente esposto con il ruolo di sempre maggiore intransigenza e determinazione assunto dal leader Cofferati). E' noto infatti che Biagi stava lavorando ad una cauta apertura della riforma dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori (fortemente voluto dal Governo ed altrettanto fortemente osteggiato dai Sindacati). Proprio per contrastare tale possiblita', la CGIL aveva indetto la grande manifestazione di piazza dello scorso 23 marzo. La morte di Biagi ha cosi' permesso a Berlusconi ed ai suoi di imbastire subito una vera e propria speculazione politica: il Presidente del Consiglio ha subito messo sotto accusa il "clima di odio" e di "guerra civile" creato dall'opposizione. Altri nella maggioranza lo hanno seguito con affermazioni non meno gravi, fino ad insinuare che il Sindacato, i"girotondisti" e coloro che manifestavano per i loro diritti "favorivano" l'emergere di atti criminali. Insomma che ne fossero gli "spiratori oggettivi" (anzi che ne fossimo, visto che anch'io sono uno dei promotori dei "girotondi" ed uno che - insieme a tutti i militanti dell'Italia dei valori - sta partecipando alle varie manifestazioni di piazza in difesa dei soggetti sociali piu' deboli e per la parita' dei diritti). Cosi' non e' ed e' offensivo tale insinuazione, come non e' vero - bisogna dirlo per amor di verita' - che il terrorismo sia una conseguenza della persistente intenzione del Governo di ridurre i diritti dei lavoratori. Se e' vero, infatti, che il Governo Berlusconi intende modificare alcune norme dello Statuto dei lavoratori in modo piu' favorevole al sistema imprenditoriale (e drammaticamente piu' sfavorevole ai lavoratori che cosi' verrebbero a ritrovarsi durante tutta la loro vita lavorativa con la spada di Damocle del licenziamento anche se non ne hanno colpa), e' anche vero che cio' rientra nei suoi piani di governo per il quale ha chiesto ed ottenuto il voto dalla maggioranza degli italiani. Io personalmente non condivido tale impostazione ma non per questo mi permetterei di accusare Berlusconi di essere la causa degli atti terroristici. Allo stesso modo pero' non posso accettare che egli "metta il cappello" sopra alla bara del povero Biagi per sostenere che la sua morte sarebbe conseguenza delle manifestazioni di piazza contro il suo modo di governare. Come a dire che Biagi sarebbe stato ucciso perche' la pensava come Berlusconi. No, egli e' stato assassinato proprio per bloccare ogni confronto - anche serrato - fra maggioranza ed opposizione. Ed allora, la migliore risposta che possiamo dare ai terroristi e' proprio proseguire detto confronto, anche in modo duro se necessario ma sempre all'interno dei canali della dialettica e del rispetto delle idee degli altri. In questo senso io sono fra coloro che ritengono non necessario modificare l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per ammodernare e rilanciare il mercato del lavoro. Non e' togliendo diritti a coloro che gia' ce l'hanno che si aumentano i posti di lavoro ma semmai rilanciando lo spirito imprenditoriale di chi deve investire risorse ed energie. Certo le imprese hanno bisogno di maggiore flessibilita' nel mercato del lavoro ed infatti molto si sta facendo a favore del lavoro a tempo indeterminato, del lavoro atipico e di quello a contratto. Molto si puo' fare, a partire dalla previsione di "ammortizzatori sociali", di stipendio diversificato fra nord e sud, di "tutoraggio", di imprenditoria giovanile, di lavoro interinale e cosi' via. Altre cose si possono fare ancora. Proprio su queste stava lavorando il povero Biagi, con la predisposizione - insieme ad altri suoi colleghi docenti universitari - del cosiddetto "Libro Bianco", un documento di proposte concrete e serie che possono esser condivise o meno ma da cui si deve necessariamente ripartire sia per riaprire il dialogo interrotto fra Governo e Sindacati, sia per far comprendere ai suoi assassini che, anche dopo la sua morte, il suo "pensiero" continua.