Europeisti si, ma non subalterni

di Gianni Alemanno, ministro per le Politiche agricole e forestali (Tratto da “il Giornale” del 7/02/2002)

L’unico modo di essere oggi buoni italiani consiste nell’essere buoni europei. Bisogna essere buoni europei non solo in relazione ai problemi della difesa e delle necessarie intese e integrazioni politiche, ma anche, e forse soprattutto, in relazione ai problemi sociali ed economici che non possono risolversi se non in un quadro di solidarietà europea”. Era il pomeriggio del 16 aprile 1984 quando – concludendo un convegno organizzato a Napoli su “Europa e Mezzogiorno” – l’allora segretario del Msi, Giorgio Almirante, tornò a dare impulso alla sua grande idea di un continente unificato. Da destra l’idea di un’Europa unita ha radici antiche. Non l’internazionalismo massificatore di stampo marxista, ma l’insieme delle identità nazionali: questa è stata, ed è, la nostra battaglia. Europeisti sì, ma non subalterni, a quel blocco forte rappresentato dall’asse Francia-Germania a cui oggi si è unita la Gran Bretagna che, con Blair, sembra aver abbandonato la politica dell’Euroscetticismo. Un esempio: il caso Airbus, un progetto che alla nostra difesa, a cui mancano intercettori e bombardieri strategici, servirebbe a ben poco. Non vediamo perchè, dunque, dovremmo essere costretti – in nome di una presunta difesa europea – a investire capitali ingentissimi per un’iniziativa per noi quanto meno inutile. Insomma, occorre che si sostituisca alla indefinita idea di Europa una definizione meno generica e più mirata ad assegnare funzioni e ruoli anche per la nostra comunità nazionale. Il problema, dunque, è quello degli interessi nazionali. Legittimi. Assolutamente legittimi, profondamente trascurati da tutti i governi di centro e di centrosinistra che ci hanno preceduto e fortemente tutelati dall’attuale esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi. Non si può dire all’Italia di rinunciarvi quando è evidente che altri Paesi (Francia e Germania, per esempio, che hanno disegnato l’Europa a propria immagine e somiglianza) riescono ad imporli con forza e determinazione. Pensiamo solo all’Italia agricola che partecipa all’Unione europea con il 16 percento della produzione lorda vendibile e che vede tornare indietro meno del 12 per cento di erogazioni per la politica agricola comune. Un gap difficilmente tollerabile. La difesa dell’interesse nazionale deve passare proprio attraverso l’evoluzione della stessa idea d’Europa secondo una visione italiana e mediterranea. L’interazione europea nasce e si deve sviluppare proprio dalla rigenerazione delle singole identità nazionali, il “valore aggiunto” strategico per affrontare una nuova fase di modernizzazione del continente. In quanto crediamo: in una grande Europa dove gli Stati nazionali non siano affatto cancellati, ma che anzi diventino veri e propri mediatori tra il nuovo governo centrale e il cittadino. Un’Europa che deve riproporsi come centro di equilibrio e di dialogo tra le aree geografiche proiettate verso il futuro, dove l’egemonia del dollaro è il riflesso della forza della superpotenza americana, e quel terzo e quarto mondo in cui si vive ancora nelle profonde lacerazioni tra l’opulenza dei pochi e la povertà arcaica di molti. Dopo i drammatici fatti dell’11 settembre, era inevitabile, ci siamo sentiti tutti un po’ più europei. Il monito, però, è venuto dal presidente della Repubblica, pronto a richiamare gli italiani al patriottismo, a rivalutare un Tricolore troppo spesso dimenticato. In questo crediamo. In un’Europa solidale e rispettosa, unita ma non globalizzata. Crediamo in un’Italia che sappia promuovere se stessa, la sua storia di tolleranza e di prestigio agli occhi del mondo, e la sua capacità di essere laboratorio della politica europea. Una proposta al presidente del Consiglio: rigettiamo in faccia alla sinistra l’accusa di essere antieuropeisti, attraverso una forte iniziativa politica – un Consiglio dei ministri straordinario o una forte risoluzione parlamentare – che tracci con chiarezza comunicativa la strada di una politica estera europeista. Una strada che, passando per il rispetto dei nostri secoli di storia, cultura e diritto, dovrà servire in prospettiva a superare ogni contraddizione tra interessi nazionali e integrazione europea.

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