Festa della Libertà del 18 maggio 2003

Intervento del Presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi

Care amiche, cari amici, siamo qui insieme, uniti per celebrare questa Festa della libertà, per darci la mano come dice la nostra canzone, per sentirci più grandi, per continuare a credere insieme alla nuova storia che stiamo scrivendo dentro la storia d’Italia. La vita affannosa e convulsa che siamo costretti a vivere, le battaglie politiche che sono diventate sempre più aspre, gli impegni sempre più gravosi che si accavallano l’uno sull’altro a ritmo vertiginoso, il peso di quella che comunemente chiamiamo “ordinaria amministrazione”, che poi ordinaria non è, tutto questo non ci consente di fermarci spesso a riflettere sui grandi valori ideali, sui fini e i presupposti del nostro impegno in politica. Capita così che anche chi, come noi, si è messo al servizio del Paese proprio in nome di quegli ideali e di quei valori, finisca per dare tutto per scontato, trascurando il bisogno di tornare invece a quelle fonti che, sole, possono vivificare la nostra azione. Ecco perché, in una giornata come questa, è utile e salutare accantonare per un momento quella “ordinaria amministrazione”, dimenticare i veleni e le calunnie che ci scaglia contro quotidianamente la sinistra e riflettere invece, insieme, sui motivi ispiratori della nostra battaglia e della nostra missione. Questa giornata vuole essere perciò, deve essere un momento di riflessione intorno al principio fondamentale che ha ispirato la creazione e la successiva azione politica di Forza Italia: evitare al nostro Paese un futuro soffocante e illiberale, evitare, per essere chiari, la conquista del potere da parte dei comunisti, in sintesi salvaguardare e difendere la nostra libertà. Questa nostra ideologia, della libertà, questa nostra passione per la libertà, che in dottrina si chiama liberalismo, non ha certo l’appeal che hanno invece avuto, purtroppo, nel secolo che ci sta alle spalle, quelle ideologie terribili che hanno insanguinato il mondo: il nazismo e il comunismo. Il nazismo ha scatenato gli istinti più feroci, più belluini degli uomini, ha suscitato un desiderio di dominio dell’uomo sull’altro uomo, un delirio di onnipotenza e, con i campi di sterminio, una vertigine di distruzione.

Il comunismo, d¹altra parte, si è presentato come un’utopia, come un bene, come la realizzazione in terra della Gerusalemme celeste, la città, la società dove non ci sono più lotte di classe, dove tutto è giusto, dove ciascuno dà secondo le proprie capacità di lavoro e prende, riceve secondo i propri bisogni. Di questa utopia è rimasto ancora molto nella politica e nella cultura di oggi. Si guarda ancora al comunismo come a un bene che non si è realizzato ma ancora come a un “bene”, nonostante i milioni e milioni di morti che ha provocato, nonostante che in tutti i Paesi dove il comunismo si è affermato, abbia portato solo miseria, terrore, distruzione e morte. Nonostante che ancora oggi un miliardo e 300 milioni di persone vivano in regimi comunisti, dove non sono garantiti i diritti civili, dove non sono garantiti i diritti politici, dove chi è all’opposizione può scegliere solo tra il vivere in esilio o stare in carcere o addirittura al cimitero. Pensiamo a Cuba. Pensiamo alla Corea del Nord.

Questo è il comunismo che ancora oggi, in Italia, esercita questo suo fascino perverso, questa sua capacità di apparire come un bene quando invece la storia dimostra e noi sappiamo che è stata ed è l¹impresa più criminale e più disumana della storia dell’uomo. Al comunismo, a questa concezione noi dobbiamo opporre il nostro credo cristiano e liberale dell’infinito, dell’assoluto valore della persona umana, di ciascuno di noi. Dobbiamo opporre a questa concezione la nostra “filosofia” della libertà, direi la nostra “religione” della libertà. Abbiamo dato una nostra definizione della libertà. Per noi la libertà è l’essenza dell’uomo, é l’essenza della nostra intelligenza e del nostro cuore, la libertà è l¹essenza della nostra capacità di amare e di creare e Dio, fin dalle origini, l’uomo lo ha voluto così, lo ha voluto libero! Questa libertà o è totale o non è libertà. La libertà, una volta conquistata, non è data e garantita per sempre. La libertà richiede un’attenzione e una difesa continua. La storia dimostra infatti che la libertà non si perde quasi mai tutta in un colpo. Si può perdere a poco a poco, senza accorgersene, è come una corda tesa che non si spezza ad un tratto, ma che invece si allenta, si infeltrisce, si sfilaccia e alla fine diventa libertà minore, libertà imperfetta, libertà condizionata e ferita, libertà dimezzata, libertà che non c’è più. La sua difesa, la difesa della libertà è la missione più alta e nobile, più entusiasmante che ci sia. Per questo io mi congratulo con voi, per aver voluto organizzare questa giornata della libertà. Voi che per il vostro impegno politico potete ben dirvi apostoli, missionari di libertà, anzi guerrieri di libertà. Parlando altre volte con voi, nei nostri incontri, ho avuto modo di delineare, in estrema sintesi, quelli che io chiamo i quattro punti cardinali del liberalismo: la libertà, l'individualismo, o meglio la difesa dei diritti di tutte le persone, l'economia sociale di mercato, la necessità di controllare lo Stato e di mettere un limite alla sua attività. Questo diritto, il diritto alla libertà, un diritto inviolabile ed inalienabile, è il primo di tutti i diritti, è il bene sommo da cui derivano tutti gli altri e viene prima dello Stato. E’ un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani e che semmai, esso sì, fonda lo Stato che ha come compito primario quello di garantire a tutti l’esercizio della libertà.

Noi consideriamo e ne siamo profondamente convinti, che l'uomo sia sopra lo Stato, che l'uomo con i suoi diritti, venga prima dello Stato. Noi consideriamo che lo Stato non sia qualche cosa di superiore a noi ma che sia semplicemente una convenzione, un contratto tra di noi, anzi, per noi, donne e uomini di libertà, liberali, per noi cattolici liberali, lo Stato siamo, semplicemente, tutti noi. Non siamo, noi cittadini, al servizio dello Stato; ma è lo Stato al nostro servizio, al servizio dei cittadini. Lo Stato deve essere, anziché il padrone della vita dei cittadini, una struttura, una macchina efficiente al servizio dei cittadini, con il compito di garantire i diritti dei cittadini, primo tra tutti appunto la libertà. Ma cos'è infine questa libertà? La libertà è la possibilità per ciascuno di noi, di utilizzare le nostre conoscenze, le nostre risorse, le nostre capacità di lavoro, i nostri beni, quelli che possediamo legittimamente, con l'unico limite, con l'unico vincolo di non ledere i diritti degli altri.

Questo è il primo diritto che ci appartiene come persone, come uomini e donne, a cui si aggiungono tutti gli altri diritti: il diritto di proprietà, il diritto alla inviolabilità della nostra casa, della nostra corrispondenza, il diritto a riunirci, la libertà politica, la libertà religiosa, la libertà economica, il diritto ad essere giudicati da giudici imparziali, che siano sopra le parti, che non abbiano pregiudizi contro di noi e che non ci considerino loro nemici politici. Ma la libertà è anche un limite per lo Stato democratico, per lo Stato di diritto. E anche libertà contro l’oppressione dello Stato, contro l¹oppressione fiscale, contro l’oppressione burocratica, contro l'invadenza dello Stato. Per noi liberali lo Stato non può arrivare dappertutto, non può essere invadente. Per noi lo Stato ha una sua propria e precisa sfera di azione, che non può valicare e c'è un principio grande di democrazia e di civiltà, che indica, delinea questa sfera e questi limiti. Si chiama il principio di sussidiarietà e invito tutti voi a familiarizzare con questo grande principio - ripeto - di democrazia e di libertà. Questo principio che è insieme liberale e cristiano, dice che lo Stato non può e non deve intervenire là dove i cittadini possono fare da soli, là dove i cittadini, attraverso le loro istituzioni sociali, attraverso la famiglia, le imprese, le associazioni del volontariato, possono arrivare da soli ad ottenere quei beni e quei servizi a cui tendono.

Lì lo Stato non deve intervenire, lì ci deve essere la piena libertà dei cittadini. Lo Stato invece può e deve intervenire solo là dove i cittadini, da soli, non riescono ad ottenere ciò che desiderano. Questo è il principio per il quale noi ci battiamo e che ispira la nostra concezione del federalismo e della devoluzione di alcune funzioni alle istituzioni locali. Questo principio dice anche che lo Stato centrale deve fermarsi là dove le istituzioni a lui inferiori, i governi locali, possono fare meglio. Questo è il federalismo che vogliamo per il nostro Paese: un federalismo solidale, giusto, che dia veramente ai cittadini la possibilità di controllare come sono spesi i loro soldi, come si comportano coloro che i cittadini eleggono per amministrare le loro comunità. Non deve fare quindi la Provincia ciò che può essere meglio fatto dal Comune, non deve fare la Regione ciò che può essere meglio fatto dalla Provincia e dal Comune, non deve fare lo Stato ciò che può meglio essere fatto dalla Regione ma non deve fare nemmeno l'istituzione europea, l’Europa, ciò che può essere meglio fatto dai singoli Stati. Per questo siamo impegnati nel Parlamento europeo a tutelare i diritti del nostro Paese, affinché l’Unione Europea non legiferi su materie che invece sono di competenza di ciascuno Stato e di ciascuna comunità nazionale. Questi sono i principi a cui ispireremo la nostra azione durante la presidenza italiana dell’Unione Europea.

Per noi, al contrario di quello che pensano i signori della sinistra, la libertà dei cittadini deve essere, quindi, la più ampia: i cittadini possono fare tutto ciò che non è espressamente vietato dalle leggi, per “lor signori”, invece, che credono più nello Stato che nell¹individuo, i cittadini possono fare soltanto ciò che è espressamente consentito dall'ordinamento giuridico. Per loro il benessere materiale è più importante della libertà. Quante volte ci siamo sentiti dire: affidatevi allo Stato, al partito, al sindacato. Avrete più garanzie, più sicurezza, più benessere. Non è vero, la Storia ci insegna che dove finisce la libertà, dove non c'è libertà non c'è neanche benessere.

Noi riteniamo ancora, da uomini di libertà, che l'economia si debba sviluppare liberamente, secondo le leggi della libera iniziativa e del libero mercato, nella competizione tra gli uomini. Noi riteniamo infatti che la competizione sia giusta e morale, riteniamo che gli uomini debbano avere uguali opportunità all'inizio, ma che poi ciascuno si debba affermare secondo i suoi meriti, secondo il suo talento, secondo il suo impegno, secondo la sua capacità di lavorare e di sacrificarsi. Per noi, voglio ripeterlo, la concorrenza, la competizione è giusta e morale. Per noi il progresso scientifico esiste perché c'è competizione fra gli uomini alla ricerca della conoscenza, della verità. Per noi la democrazia esiste perché c'è competizione tra uomini e idee diverse alla ricerca della migliore forma di governo. Per noi il benessere esiste, la prosperità esiste perché c'è competizione tra gli imprenditori che cercano il modo migliore per fabbricare i prodotti migliori, di più alta qualità al più basso costo, al fine di conquistarsi la preferenza e la fiducia dei consumatori che sono i veri padroni del mercato. Questa è la nostra concezione dell’economia liberale.

Da qui noi abbiamo tratto la nostra ricetta per risolvere i problemi del Paese. E il nostro lavoro è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo lavorato e lavoriamo alla riforma del fisco, con la diminuzione delle aliquote per i ceti più deboli e l¹aumento delle pensioni più basse, lavoriamo alla realizzazione delle infrastrutture che ci mancano, alla riforma della scuola, alla prevenzione dei reati per una maggiore sicurezza delle nostre città, alla riforma del mercato del lavoro e all¹incremento dell’occupazione che in due anni è aumentata di 750.000 unità. Stiamo lavorando alacremente alla riforma della Pubblica Amministrazione per renderla più efficiente, più moderna attraverso la sua completa digitalizzazione. Abbiamo destinato al nostro Sud risorse molto più rilevanti di quelle del passato per il suo definitivo rilancio.

Abbiamo cambiato la nostra politica estera e la nostra azione diplomatica che, insieme, dopo anni di subalternità, hanno restituito prestigio, credibilità e autorevolezza al Paese. Il che ci ha consentito di essere artefici dello storico accordo tra Russia e Nato stipulato a Pratica di Mare nel maggio 2002.

Questi risultati li abbiamo conseguiti nonostante ciò che è avvenuto nel mondo dopo l'11 Settembre, dopo una recessione internazionale, dopo che tutta l’Europa ha subito e subisce le conseguenze della crisi economica mondiale. Ebbene, in una situazione di questo tipo, siamo riusciti a far aumentare fortemente l'occupazione e stiamo mantenendo tutti gli impegni che avevamo preso con gli italiani. Nel 1994 io che venivo da tutt'altra professione, una professione che mi piaceva e in cui mi realizzavo, mi vidi costretto, costretto è la parola giusta, a scendere in campo, perché il mio e il nostro Paese correva un grande rischio e dopo molte angosce presi quella decisione. Ci voleva coraggio, a scendere in campo. E io quel coraggio lo trovai, me lo diedi, lo trasmisi a tanti come voi che mi seguiste già dall'inizio in questa grande avventura in difesa della libertà. Ci radunammo insieme noi matti, e sembravamo davvero matti e tutti ci prendevano in giro. Ma io ho sempre pensato con Erasmo da Rotterdam che le cose più grandi nella vita e nella Storia, siano sempre frutto, non della ragione ma di una sana, lungimirante, visionaria follia. Con quella follia generosa noi ci trovammo insieme per la prima volta il 6 febbraio 1994 a Roma e io parlando a braccio, per la prima volta, enunciai il nostro progetto, la nostra voglia di cambiamento e i principi e i valori in cui credavamo e crediamo.

Noi - allora, nel '94, poi nel '96, nel 2001 e ancora oggi - abbiamo davvero chiamato e ritrovato, insieme a noi, e lo rappresentiamo ancora il popolo del 18 Aprile del 1948, quel popolo che non voleva i comunisti al governo del Paese, che scelse la libertà, la democrazia e l’Occidente e che si è riconosciuto e si riconosce in noi per i medesimi valori del 1948. Che sono, ripeto, la democrazia, la libertà, l’Occidente.

Noi ancora oggi ricordiamo con gratitudine i protagonisti di quel passaggio storico, che hanno garantito a tutti noi mezzo secolo di libertà nella democrazia, nel progresso e nel benessere. I nomi li conosciamo, Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat, Luigi Einaudi, Randolfo Pacciardi, Ugo la Malfa. Resteranno sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore. Queste sono le nostre radici. E anche per questo, per ricongiungerci al punto sano e forte delle origini della libertà e della democrazia in Italia, abbiamo voluto celebrare, oggi, questa festa della libertà.

Quelle mie convinzioni del 6 febbraio ‘94 sono diventate il nostro credo, la nostra preghiera aica, quella cui uniformiamo ogni giorno la nostra azione politica. Quella prima volta, quel 6 febbraio del 1994 mi vennero fuori, dalla testa e dal cuore, le parole che riascoltate adesso sembrano davvero ispirate. Rileggiamole insieme: noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme molteplici e vitali, nella libertà di pensiero e di opinione, nella libertà di espressione, nella libertà di culto, di tutti i culti, nella libertà di associazione. Crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. Ma la libertà non è graziosamente ³concessa² dallo Stato, perché è ad esso anteriore, viene prima dello Stato. E' un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani e che semmai, essa sì, fonda lo Stato. E lo Stato deve riconoscerla e difenderla - in tutte le sue forme - proprio per essere uno Stato legittimo, libero e democratico e non un tiranno arbitrario. Crediamo che lo Stato debba essere al servizio dei cittadini, e non i cittadini al servizio dello Stato. Crediamo che lo Stato debba essere il servitore del cittadino e non il cittadino il servitore dello Stato. Per questo - concretamente - crediamo nell¹individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di poter educare i figli liberamente. Per questo crediamo nella famiglia, nucleo fondamentale della nostra società. E crediamo anche nell'impresa, a cui è demandato specialmente il grande valore sociale della creazione di lavoro, nella creazione di benessere e di ricchezza. Noi crediamo nei valori della nostra tradizione cristiana, nei valori irrinunciabili della vita, della pace, della solidarietà, della giustizia, della tolleranza verso tutti, a cominciare dai nostri avversari. E crediamo soprattutto nel rispetto e nell'amore verso chi è più debole, primi fra tutti i malati, i bambini, gli anziani, gli emarginati. Desideriamo vivere in un Paese moderno e libero, dove siano valori sentiti e condivisi la generosità, l'altruismo, la dedizione, la passione per il nostro lavoro e per la nostra Patria. Questo è, ancora oggi, il nostro credo. Questa è, ancora oggi, la nostra fede. Questi sono, ancora oggi, i nostri ideali. A tutti voi, che siete riuniti in 126 città d’Italia nel nome della libertà e nel segno di Forza Italia, e a tutti coloro che si accingono ad unirsi a noi aderendo a Forza Italia il saluto più affettuoso, gli auguri più cordiali da me, da tutti noi, azzurre e azzurri, l¹abbraccio più forte e caloroso da Forza Italia, forza di libertà