Gianfranco Fini's story

Mattias Mainiero

Il neo ministro degli Affari Esteri, Gianfranco FiniPiero Buscaroli, musicologo parafascista, come lo definiscono a destra, dovrà attendere a lungo, forse per sempre. Anni fa il professor Buscaroli spedì una lettera a Gianfranco Fini. Scrisse: «Sei proprio un maiale e via della Scrofa è l’indirizzo più adatto per te… Ti maledico a nome dei morti e dei vivi… Ti aspetto seduto sulla riva, ti aspetto a ogni passaggio, di vergogna in vergogna». Fini non è mai passato. Ha preso un’altra strada, semplicemente inimmaginabile fino a qualche anno fa. Ieri è salito al Quirinale, in compagnia di Silvio Berlusconi, ed è stato nominato nuovo ministro degli Esteri. Siederà alla Farnesina, sulla poltrona che fu di Sforza, De Gasperi, Pella, Piccioni, Martino, Segni, Saragat, Moro e molto prima di Galeazzo Ciano. La lunga marcia è terminata. Tutto cominciò a Fiuggi, il giorno della svolta e della condanna delle leggi razziali e dell’antisemitismo, e forse anche prima. Anno 1968, e Alleanza nazionale non dovrà mai dimenticare di inviare un sentito ringraziamento ai comunisti. Siamo a Bologna, sono i giorni della contestazione studentesca. Fini è uno spilungone di sedici anni. Da poco ha lasciato il ginnasio Galvani. Non andava bene, il classico non era fatto per lui: 5 in italiano, 5 in latino, 4 in greco, 4 in francese. Bocciato, si è iscritto al magistrale Laura Bassi. Tutta un’altra musica: ora fioccano i buoni voti, papà Argenio (ma tutti lo chiamano Sergio) è soddisfatto, altrettanto mamma Erminia. A lei la chiamano Danila, è la figlia di Antonio Marani, ferrarese, fascista della prima ora, presente assieme a Italo Balbo alla marcia su Roma. Ma la famiglia Fini non ha una particolare tradizione politica. Il nonno è fascista, il padre volontario della Repubblica sociale italiana e poi vicino al Psdi. L’altro nonno è militante comunista. Una famiglia della media borghesia bolognese, simile a tante altre. Più che la politica, in casa contano le tradizioni, gli affetti. C’era un cugino. Fu ucciso a vent’anni dai partigiani. Era da poco passato il 25 aprile del 1945. Gianfranco ne ha ereditato il nome. Anno 1969. Bologna è una città rossa. Al cinema proiettano “Berretti verdi”. È un film sul Vietnam, uno dei pochissimi a sostegno dell’intervento militare americano. Ma Gianfranco non lo sa. Lui è là fuori per John Wayne, uno dei suoi miti. Molti anni dopo racconterà: «Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva Wayne, tutto qui. Arrivato al cinema, beccai spintoni, sputi, calci, strilli perché gli estremisti rossi non volevano farci entrare. E così per reagire a tanta arroganza andai a curiosare nella sede cittadina della Giovane Italia». Qualche anno dopo, quando la Giovane Italia ormai si chiamava Fronte della Gioventù, ne divenne il segretario nazionale. Dai Berretti Verdi a Palazzo Chigi e poi alla Farnesina, passando per il Movimento sociale italiano. E se i comunisti non avessero cinto d’assedio quel locale, forse Fini, laurea in pedagogia a Roma, tesi sui decreti delegati, oggi farebbe l’insegnante da qualche parte. Ma la vita è ricca di imprevisti, strane occasioni, casi fortuiti, e Gianfranco Fini è uno specialista nel non lasciarsi sfuggire le opportunità, una caratteristica, questa, che gli riconoscono tutti, persino i nemici, che sono tanti fuori e tanti anche all’interno della destra italiana. C’è il rigido Buscaroli che qualcuno prima o poi dovrà richiamare dalla riva spiegandogli che lì passerà solo acqua. C’è Alessandra Mussolini, la nipote, amica di ieri e avversaria di oggi, che lancia allarmi e appelli ai camerati: «Attenzione, con Gianfranco finirete tutti circoncisi». Ci sono i duri e puri del Sessantotto di destra che non hanno mai cambiato idea e ai giornalisti raccontano: «In quegli anni Gianfranco veniva ai cortei in giacca e impermeabile, così al primo pericolo si infilava nei negozi e si spacciava per poliziotto». C’è una destra che non ha mai gradito la svolta e che non ha mai smesso di accusare Fini, ora di omicidio politico, parricidio per la precisione, ora di incoerenza, di presunzione, ambiguità, ambizione, spregiudicatezza. E c’è donna Assunta, Assunta Almirante, che dice: «La verità è che lui ragiona, riflette ed è dotato di una grande virtù, la pazienza». Con meno affetto materno, c'è chi esemplifica: è un pragmatico abilissimo nell’adattare la linea agli eventi. Forse non è una virtù in senso assoluto. In politica, è un dote dalla quale non si può prescindere, pena il fallimento. E Fini, di fallimenti, dietro le spalle non ne ha. Anzi, la sua storia è ricca di colpi di scena e soprattutto di incredibili rimonte: quando sembra che stia per affondare, eccolo che risorge. Non sottovalutatelo, amici e avversari. «Alle elezioni per la carica di capo del Fronte della Gioventù, nel 1977, - racconta Gian Antonio Stella - Fini era arrivato quinto su sette candidati». Perché non era un fascista, diranno gli irriducibili del Movimento sociale. Perché «nelle sezioni caldissime di Acca Larentia e di via Sommacampagna lo chiamavano “er Caghetta”». «Perché preferiva la parola al manganello». E non lo volevano. Ma Almirante, di autorità, lo cooptò facendolo salire di colpo dal quinto al primo posto. Di quel giovane si fidava, si è sempre fidato. E dieci anni dopo, settembre 1987, festa del partito a Mirabello, lo indicò pubblicamente come suo delfino. A dicembre, scomparso Almirante, Gianfranco Fini sconfigge nel congresso di Sorrento Pino Rauti e viene eletto segretario del partito. Col senno di poi, potremmo dire che se non nacque tutto nel ’68 a Bologna sicuramente tutto cominciò a nascere a Sorrento con la sconfitta dell’«ala di sinistra e movimentista» dell’allora Msi. Il partito aveva già due anime in lotta tra loro e c'era chi gettava le basi per il futuro. Poi Rauti rimontò, divenne segretario, passò da una sconfitta elettorale all’altra. Il partito richiamò Fini alla leadership. E venne il ’93, mese di novembre. L’Italia è sconvolta da Tangentopoli e da Mani Pulite. C’è voglia di cambiamento, ci sono i vecchi leader che uno ad uno cadono come birilli. Gianfranco Fini - eccolo qui il pragmatico, lo specialista in opportunità colte al volo - corre per la poltrona di sindaco di Roma, arriva al ballottaggio e ottiene una prima “benedizione” da Silvio Berlusconi: «Se votassi a Roma, la mia preferenza andrebbe a Fini». È proprio un’altra Italia: il Cavaliere sta per scendere in politica, Craxi non è più Craxi, Forlani è svanito. Fini perde al ballottaggio, ma ormai la sua ascesa è avviata e anche il destino del Msi, tra una benedizione e l’altra di Berlusconi, è segnato. Arriva Fiuggi, nasce Alleanza nazionale, Rauti rompe e se ne va per conto suo. Fini non conta i dispersi e i morti. Qualcuno dice che è freddo, insensibile, sprezzante. Non è così. Non conta i morti perché sa che a lui servono i vivi. Sa che, se dovesse fermarsi, troverà sulla sponda Piero Buscaroli e tutti gli altri ad attenderlo. Sarà il fallimento. E va avanti. Pietrangelo Buttafuoco, sul Foglio, scriverà: «Se il motto spavaldo dei vecchi fascisti era “me ne frego”, quello del neghittoso Fini è peggiore: “Me ne fotto”». È un’esagerazione, per alcuni una cattiveria, ma può servire a rendere l’idea: le rivoluzioni non si fanno con i guanti di velluto e le lacrime. Bisogna anche saper essere spregiudicati. Fini lo è, inutile negarlo. Neppure lui lo nega. Mai negato. Una volta spiegò, mirabilmente: «Per essere determinanti, bisogna saper essere anche figli di puttana». Parole sue. E determinante Fini lo è: ministro degli Esteri, vicepremier, leader di uno dei partiti più votati d’Italia. Si può anche essere contro quest’uomo. Dire che ha venduto un partito per le sue ambizioni. Si può accusarlo spiegando che oggi è «perbene e ieri era per Benito» (Alessandra Mussolini), che è un «vuoto incarnato» (Bettino Craxi), che è «l’ultimo vero esponente della politique politicienne» (Romano Prodi), che «mischia un po' tutto, Evola e il liberismo, la conservazione e il libertarismo» (Francesco Cossiga). Tutto e anche di più. Ma chi immaginava, appena una manciata di anni fa, che Gianfranco Fini avrebbe portato il suo partito e la destra italiana alla Farnesina, dopo aver elogiato Mussolini ed averlo ridimensionato, dopo aver svoltato non una ma quattro e cinque e sei volte, dopo essere arrivato in Israele, aver rappresentato l’Italia nel mondo e aver contribuito a scrivere la Costituzione europea? «Con la sua fredda astuzia - disse una volta Mario Segni - sembra il duca Valentino dei Borgia». Veleni a parte, si può condividere, se all’astuzia e alla semplice tattica, che sono sempre di breve respiro, si aggiunge qualcosa di più. Per esempio, questi lunghi anni di lavoro che abbiamo tentato di riassumere in chiaroscuro e una visione che va al di là della tattica e che bisognerebbe chiamare strategia. E chi non è d’accordo dovrebbe spiegare come mai un disegno concepito un decennio fa oggi si concretizza. Se non è strategia questa, spiegateci voi cosa mai sarà.