Gulag, il crimine senza memoria

Milano, 14 dicembre 2003

L'orrore dei gulagIn un articolo pubblicato su L'Opinione della domenica, Stefano Magni parla delle stragi dimenticate, che gli occidentali hanno, coscientemente o no, eliminato dalla memoria.  “A cosa è paragonabile l’impressione che si prova assistendo agli scavi in uno dei maggiori luoghi di sepoltura dei fucilati in Urss: il poligono di tiro di Butovo presso Mosca?” si chiede lo storico russo Anatolij Razumov, in occasione del convegno internazionale I giusti nel Gulag tenutosi a Milano la scorsa settimana “A partire dalla profondità di tre metri vi erano resti umani accatastati in vari strati. (...) Quella fossa tutto ricordava meno che una tomba. Era la fabbrica della morte. Una discarica... Ho ripulito dei resti con pennello e scalpello: due mani protese l’una verso l’altra con le dita intrecciate. Questi due erano vivi in fondo alla fossa e sono morti così, oppure è stato solo un caso”. Di fosse comuni come quelle scoperte da Razumov è piena la Russia e tutte le repubbliche che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica. Dai 54 ai 62 milioni di morti (stima calcolata dal politologo/demografo Rudolph J. Rummel) di cui 13 solo nei Gulag: tanto è stato il tributo di sangue pagato dai popoli che hanno subito l’esperimento sovietico. Più dei morti subiti complessivamente da tutte le Nazioni impegnate nella II Guerra Mondiale. Più dell’intera popolazione italiana.

Fu uno sterminio sistematico, scientifico, che colpì indifferentemente tutti coloro che erano considerati “nemici” dal Partito. Uno sterminio che va oltre il semplice concetto di politicidio, perché non solo gli oppositori politici finirono nell’ingranaggio della morte; che va oltre il genocidio, perché nel mirino della repressione non finirono solo intere nazionalità considerate “traditrici”, o intere comunità di fedeli perché considerati “reazionari”. Il crimine sovietico è sconcertante per la sua freddezza e assenza apparente di motivazioni. Era letteralmente l’estensione della pianificazione statale quinquennale: si fissava una quota di “nemici del popolo” e quella quota doveva essere eliminata, come racconta sempre Razumov: “Mosca richiese le cifre dei sovversivi registrati e su questa base fu elaborato l’ordine operativo dell’Nkvd (antenato del Kgb, ndr) (...) La campagna del terrore ebbe inizio il 5 agosto 1937. Per l’anniversario della costituzione staliniana e delle elezioni gli obiettivi dei piani di arresti e fucilazioni furono superati. Fu versato così tanto sangue che i carnefici per sei mesi non ebbero un attimo di respiro”. Non vi erano accuse per coloro che, da un giorno con l’altro scomparivano nel nulla. Criminali comuni, parenti delle vittime, persone sospettate solo per la loro appartenenza di classe, venivano incluse nei piani di arresti solo per completare il piano stesso nei tempi previsti. Ad essere fucilati erano i condannati di “prima categoria”, quelli di “seconda categoria” erano destinati al Gulag, il sistema di internamento e lavoro forzato che altro non è se non la versione moderna, totalitaria, dell’antico schiavismo: lavori pesanti, come lo scavo di canali, la bonifica delle paludi o il disboscamento di intere regioni, eseguiti da masse di schiavi, sotto la minaccia delle armi, in condizioni disumane, da cui pochi riuscivano a sopravvivere. Contrariamente a una leggenda tuttora diffusa, lo sterminio sovietico non si limitò al periodo staliniano. Il campo Perm-36, attualmente l’unico visitabile nel territorio dell’ex Urss, rimase in funzione fino al 1988, il terzo anno del regime di Gorbachev, in piena perestrojka. Il promotore della distensione post-staliniana, Chrushev, fece del manicomio coatto il nuovo Gulag. Una forma di repressione meno visibile, ma non migliore: “Finire in prigione o in un lager per le proprie idee è un rischio che delle persone coraggiose possono anche sentirsi di affrontare, ma essere ridotto a un povero idiota demente che perde saliva dalla bocca e se la fa addosso è una prospettiva da far gelare il sangue nelle vene anche al più ardimentoso” spiega lo storico Jurij Mal’cev, che un ospedale psichiatrico coatto l’ha sperimentato personalmente. Come nei Gulag, i medici di questi “ospedali” erano ufficiali del Kgb. Come nei Gulag gli “infermieri” erano criminali comuni con l’unico ruolo di aguzzini. Le “diagnosi”, se possibile, erano ancora più insensate rispetto alle accuse dei condannati ai lavori forzati: “mania di riforma”, “schizofrenia a decorso lento”, “intossicazione filosofica”. Tuttora è incerto il numero di coloro che persero la propria sanità mentale, se non proprio la vita, in questi Gulag più moderni. Lo sterminio per quota, il Gulag e gli ospedali psichiatrici costituirono l’essenza del totalitarismo sovietico: trasformare gli uomini in numeri, eliminare la loro identità e la loro volontà. Eppure vi furono casi di resistenza fisica e mentale, che hanno del sovrumano, da parte di alcuni Giusti quali, solo per citare qualche nome, Pavel Florenskij, pope ortodosso e scienziato che fu soprannominato il “Leonardo russo” per la versatilità della sua cultura e per le sue invenzioni. Anche durante la prigionia in due differenti Gulag, Skovordino prima e poi alle Solovki, continuò la sua opera di scienziato e di educatore, per corrispondenza, dei suoi figli. O di Emilio Guarnaschelli, il comunista italiano espulso dal Partito e internato, che ha lasciato del Gulag una testimonianza indimenticabile nel suo epistolario con Nella Masutti. O il generale Petro Grigorenko, internato in un ospedale psichiatrico per avere chiesto a testa alta riforme democratiche. Di lui, una commissione psichiatrica americana, da lui stesso richiesta, disse: “Lì dove dicevano di aver trovato delle fissazioni, abbiamo riscontrato fermezza e tenacia, dove vedevano dei vaneggiamenti abbiamo trovato il buon senso”. Purtroppo il pubblico medio si è assuefatto alle immagini dello sterminio nazista. Peggiore ancora dell’assuefazione, però, è l’amnesia. Il grande pubblico sta dimenticando l’altra metà del male totalitario del ventesimo secolo: il Gulag. Lo stanno dimenticando anche quei popoli che lo hanno vissuto sulla propria pelle, come dimostrato dall’esito delle elezioni della Duma russa, in cui, per la prima volta, non è stato eletto neanche un ex dissidente. Nel caso di noi Italiani e di noi Europei occidentali in generale, non abbiamo mai realmente voluto conoscere quella realtà oscura del ‘900. Su di essa si è voluto gettare un velo di ignoranza, solo talvolta lacerato da testimonianze che scoprono scenari di orrore puro.

I conti con la storia

Arsenij Roginskij, presidente dell’associzione Memorial, è sconcertato per l’esito delle ultime elezioni della Duma Russa. I nazionalisti e i consensi che hanno ottenuto sono i sintomi del sorgere di una seconda memoria collettiva russa del passato sovietico. Una memoria collettiva secondo cui un tempo c’era un grande impero dove regnavano legge e ordine, mentre ora c’è una nazione debole dove vige il caos. E il Gulag? È singolare il fatto che nelle regioni dove sorgevano i lager sovietici, come a Perm, i partiti liberali e democratici abbiano ottenuto il massimo dei consensi. “Quella del Gulag sta diventando una memoria individuale o locale, non è più una memoria collettiva di tutti i russi” spiega Roginskij a L’opinione in un angolo silenzioso del Teatro Franco Parenti di Milano, dopo il suo intervento al convegno internazionale “I giusti nel Gulag”.

Quante furono le vittime del Gulag?

Io ritengo che non abbiamo dati fondati per ritenere che le vittime del Gulag siano state più di 12-13 milioni. Certamente io intendo qui due categorie di persone. I primi coloro che sono stati arrestati dalla polizia segreta, i secondi quelli che sono stati deportati per diverse ragioni dal loro luogo natale. La prima categoria è di 5 milioni, la seconda di 8. Ma se noi incominciamo a conteggiare altre categorie, come quelli morti per fame, o tutti coloro che sono stati privati dei loro diritti, la quantità aumenta enormemente. Intendo con questi 13 milioni, strettamente, le vittime del Gulag

Di cosa erano accusate le persone che finivano nel sistema concentrazionario?

Non erano accusate di nulla. Ma naturalmente c’era una quantità limitata che era stata accusata di resistenza, ma in generale erano persone del tutto innocenti e venivano condannate solo in base a ragioni di carattere sociale, soprattutto all’inizio erano ex nobili e funzionari oppure per la loro nazionalità di appartenenza. (ad esempio quelle nazionalità che erano accusate di tradimento da Stalin) o per ragioni confessionali. Quindi in base a diverse “colpe” di gruppo

Lei lamenta che il Gulag stia finendo nell’oblio nella Russia contemporanea...

La memoria è viva ed è viva come la era 50 anni fa, ma non è più un argomento politico e non è un argomento che possa funzionare per la democratizzazione del paese

In che senso?

Ad esempio una persona può ricordare e odiare il Gulag e votare per i comunisti e gli ex membri del KGB. Il Russo medio non riesce a collegare le due cose, come se fossero fenomeni differenti. All’epoca di Gorbachev era sì un argomento politico. Era un motore di evoluzione della democrazia, ma adesso no a causa di questi problemi di mentalità.

Se in Russia il Gulag rischia di essere dimenticato, in Italia è ancora tutto da conoscere. Eppure la memoria del Gulag, al pari di quella del Lager, riguarda anche gli Italiani. Solo che “Mentre per la Germania gli storici hanno potuto studiare da decenni documenti sui campi di sterminio” - spiega Francesca Gori, ricercatrice che da un decennio studia il caso delle vittime italiane di Stalin negli archivi sovietici - “in Russia è solo da dieci anni che questa memoria, un po’ per volta, viene ricostruita attraverso ricerche di archivio grazie ad associazioni come Memorial e da storici che da anni si sono specializzati in questo campo, ma non c’è mai stata una riflessione, da parte dello Stato, su questo problema”.

La verità emerge nel tempo?

Il tempo forse non aiuterà. Con questa nuova Duma e la salita al potere dei Nazionalisti, sarà ancora più difficile studiare questo tema.

Questo in Russia, ma in Italia?

Per anni questa storia è stata taciuta agli Italiani e in questo il Partito Comunista sicuramente è stato complice. Per anni non sono stati ammessi questi morti che si conoscevano. Alcuni testimoni hanno taciuto e solo pochi, come Dante Corneli (uno dei pochi sopravvissuti al Gulag, ndr) hanno avuto il coraggio di raccogliere materiale, ma nel più completo isolamento e pubblicando a proprie spese le loro ricerche