Il caso Taormina

Roma, 5 dicembre

Il dimissionario sottosegretario Taormina. La richiesta che gli venga riconosciuta "integrità morale e coerenza", il riconoscimento del ruolo della magistratura cui leva un "ossequio", ma anche la riaffermazione dei temi dai quali è scaturita la polemica di questi mesi. E cioé che "incapaci" ma soprattutto politicizzati non devono indossare la toga da magistrato. Sono questi i passaggi fondamentali della lunga lettera (quasi sette cartelle dattiloscritte) lette dal ministro Scajola nell'aula del Senato con cui il sottosegretario Taormina comunica di aver messo a disposizione il mandato. ''Ai miei detrattori di sinistra, di destra e di centro - scrive Taormina - chiedo che mi riconoscono nell'intimo della loro coscienza e lontano dai riflettori della politica, non già valenza scientifica o professionale ma integrità morale e fedeltà quasi fondamentalista agli ideali di giustizia senza possibilità alcuna di transazione. Sappiano che grande è il mio rispetto per la magistratura, da cui provengo, e che ritengo debba essere circondata di ossequio e ammirazione per il ruolo al quale essa assolve nel contesto sociale, non casualmente capace di evocare quello di una vera e propria missione''. ''Mi batto però e mi batterò sempre - continua la lettera di Taormina letta da Scajola in aula - perché disonesti, incapaci o politicizzati non facciano parte dell'ordine giudiziario. Solo così magistratura e giustizia potranno essere un binomio inscindibile''. Nella lettera a Berlusconi, Taormina spiega di voler mettere a disposizione il proprio mandato ''non solo per dimostrare che Forza Italia è un partito in cui la sensibilità per i grandi ideali da cui scaturiscono grandi disegni riformatori hanno sempre determinato e determineranno il massimo della compattezza per raggiungere gli obiettivi prefissati, ma anche nella certezza che il mio sacrificio valga a far sì che questo governo possa essere additato nella storia della Repubblica per aver restituito ai cittadini la piena fiducia nella vera giustizia''. Scajola ha manifestato a Taormina ''l'apprezzamento del governo per la sensibilità dimostrata nell'assumere una difficile decisione''. Da parte del ministro dell'Interno è giunto anche un ''grazie personale per la collaborazione ricevuta e l'attività svolta presso il ministero dell'Interno''.''Mi è stato fatto rilevare che, pur avendo detto cose giuste, dovrei essere impiccato per le formule verbali con le quali mi msono espresso. Mi si impicchi pure, ma dopo aver obiettivamente riflettuto sulle drammatiche esperienze vissute negli anni Novanta sulla mia pelle, che mi hanno segnato dentro in maniera ormai indelebile'', prosegue Taormina nella parte della lettera non letta da Scajola in aula.Il testo inizia con una accusa precisa al centrosinistra. ''Le sistematiche aggressioni da cui sono stato fatto segno da una sinistra ormai tutta giacobina ed intenta a non perdere l'egemonia su alcuni magistrati militanti di comprovata fede giustizialista per sferrare il secondo attacco onde riappropriarsi del potere attraverso la via giudiziaria invece che con il consenso elettorale - esordisce Taormina nella lettera al premier - rischiano di impedirmi la condizione di una battaglia senza quartiere per restituire il Paese ad un sistema giudiziario degno della nostra tradizione culturale e quindi capace di stabilire un'autentica democrazia, fondata sulla separazione dei poteri alla quale il presidente Ciampi ha fatto recentemente il più autorevole riferimento''.Taormina, quindi, ricorda le ''reprimende'' di cui è stato fatto oggetto a causa delle proprie valutazioni sulla sentenza di piazza Fontana, sulle sentenze di assoluzione di Bruno Contrada e Calogero Mannino, sulla condanna ''non condivisa'' di Corrado Carnevale. ''L'attacco finale'', ricorda, è arrivato con l'assoluzione di Berlusconi, ''dopo sette anni di persecuzione, intervallati da cinque di occupazione abusiva del governo''. Non mancando di sottolineare il ''fatto giuridicamente eversivo del rifiuto di un Tribunale di dare esecuzione ad un responso della Corte Costituzionale'' in materia di ''risoluzione di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato'', Taormina allude ai casi di Gava, Mannino, Andreotti e cita espressamente quello di Craxi. ''Si può mettere in galera, accusandolo di mafia - domanda infatti - un ex ministro dell'Interno, già colpito da ictus cerebrale ed in condizioni di salute assai gravi, per poi assolverlo? Si può, sempre per mafia, rinchiudere all'Ucciardone un altro ex ministro della Repubblica riducendolo alarva umana per poi assolverlo?''''Si è pensato che per trasformare in cosca mafiosa il più grande partito dell'Italia repubblicana e per togliere dalla circolazione il più grande statista vivente che lo impersonava, si sono costruiti due processi, uno per mafia e l'altro per mandato omicidiario, per poi assolverlo?''.E, ancora, Taormina chiede: ''Si può criminalizzare un presidente del Consiglio come Bettino Craxi'', ''statista del rinnovamento della politica italiana'', che restituì ''dignità altissima al nostro Paese nella comunità internazionale'', che ''ebbe il coraggio di denunciare in Parlamento, contro ogni ipocrisia, la degenerazione della politica, di cui egli stesso era rimasto vittima e che aveva riguardato tutte le componenti politiche?''.Cita, Taormina, anche ''i morti che hanno lastricato gli anni Novanta'', domandandosi se di fronte ad essi si può ''rimanere insensibili'': ''da Moroni a Cagliari, da Gardini a Leccisi, da Balsamo ad altri'' meno noti. ''Si possono subire tutti questi eventi e al tempo stesso mantenere la calma e misurare le parole per esprimere la sostanza?''.