Il ritorno di Don Peppino - O retorno de Dom Peppino

di Mattias Mainiero - Tradução de Edoardo Pacelli
Peppino di Capri a Rio de Janeiro

Don Arturo era un caprese con la faccia tosta. Faceva lo chef al “Morgano Tiberio”, famoso albergo dove quarant’anni e passa fa c’era un viavai di americani in guerra. Ogni tanto passava pure il generale Clark, Mark Wayne Clark, comandante della Quinta armata. Un giorno, don Arturo lo fermò e chiatto chiatto gli disse: «Genera’, volevo mettervi al corrente di una cosa. Sapete, io ho un nipote e questo ragazzino è un vero fenomeno. Ha quattro anni e suona il pianoforte che è uno spettacolo. Che dite, lo facciamo suonare?». Era il 1944, mese di maggio, più o meno i giorni della battaglia di Montecassino. Altra Italia: avevamo le toppe al sedere e anche a Capri era difficile mangiare. Il generale disse sì, forse impietosito, forse solo per togliersi di torno quello scocciatore che però cucinava come un padreterno. Pochi giorni dopo, un sabato, un bambino col grembiule bianco dell’asilo, i calzoni corti della domenica, entrò nel salone del “Morgano Tiberio”. «Vieni, - gli aveva detto zio Arturo - ho tre o quattro amici che ti vogliono sentire». Erano decine, i tre o quattro amici, in divisa, bevevano e ridevano, chiacchieravano con le “signurine”, alcuni cantavano. Il ragazzino fu issato dai suoi aiutanti – sorella e cugina – su una cassa di birra piazzata sullo sgabello del pianoforte. Qualche santo, lassù, intervenne per non farlo cadere. Il resto lo fece il ragazzino. Suonò e risuonò e alla fine il generale Clark disse “wonderful” e lo ingaggiò: venerdì, sabato e domenica al “Morgano Tiberio”, sempre su quella cassa traballante di birra con quel santo lassù a sorreggerlo. Chissà, doveva essere un santo amante dei bambini e pure della musica, un San Gennaro in re maggiore o qualcosa del genere, un pezzo grosso del paradiso, perché il ragazzino, da allora, non ha mai smesso di suonare, e sono passati sessant’anni, più di mezzo secolo di mode, il rock ‘n ‘roll e il twist, le melodie italiane, i primi cantautori, Modugno, Morandi, Claudio Villa, la generazione del Sessantotto, i Ricchi e Poveri, i Rolling Stones, gli urlatori e i senzavoce. E lui è ancora lì, non più su una cassa di birra ma su una montagna di dischi, l’ultimo dei quali uscito proprio in questi giorni. Perché lui è ‘o Faraglione, al secolo musicale Peppino di Capri, al secolo di tutti noi Giuseppe Faiella, figlio, nipote, forse pronipote e pure fratello, cugino, cognato e padre d’arte. E non stupitevi, signori miei, perché qui stiamo proprio a casa Faiella, Capri, ex convento di Santa Teresa trasformato in abitazione, pareti dipinte di rosso pompeiano, rondini di cartone ai lati dell’ingresso, giù in fondo la sagoma del Vesuvio che ancora borbotta e ha il pennacchio. La musica, loro, ce l’hanno nel sangue, e non è solo un modo di dire. Un giorno, finita la guerra, papà Faiella tornò a Capri. Attraversò il grande portone di casa, mise giù il baule e ancor prima di abbracciare il figlio Peppino tirò fuori le sue cose: clarinetto e sax. Che volete farci, lui è Bernardo Faiella ‘o Quartino, figlio di Giuseppe ‘o Quartino. E il quartino, per chi non lo sapesse, è un piccolo clarinetto. Avete capito ora? La musica pure nel soprannome, nonno direttore di banda, papà in guerra con gli strumenti al seguito, otto zii e zie tutti in qualche modo imparentati con la musica. Doveva fare il maestro al San Carlo, il piccolo Peppino. Naturale: il San Carlo sta proprio dall’altro lato del mare. E allora via con le lezioni, la maestra tedesca di Dusseldorf, severissima, asfissiante, la signora Elisabetta Rudolf, moglie di un musicista, i solfeggi, le scale, Chopin e Bach e Mozart e Pergolesi. Sei anni, mica due giorni, sveglia all’alba per studiare, poi la scuola normale, e la tedesca che si lagna pure. Sennonché il piccolo Peppino, sopporta sopporta, alla fine proprio non ce la fece più, prese il traghetto, poi un autobus e arrivò dove voleva lui. Gliel’avrebbe fatta vedere alla tedesca signor Rudolf, e pure al marito. Dovete sapere che a Napoli c’è una strada proprio dietro l’università e il conservatorio. Si chiama via San Sebastiano, negozi a destra e a sinistra, vendono di tutto, tutto ciò che suona, intendiamo dire. Peppino arrivò una mattina. Non era solo. Con lui c’era Bebè, nome d’arte e di Capri, perché da queste parti uno non può chiamarsi semplicemente Ettore. Se si chiama Ettore, Ettore Falconieri, diventa Bebè, che vuole dire anche Biagio, ma nel caso specifico significa Ettore, e non chiedeteci come mai, misteri capresi. Peppino e Bebè entrano nel negozio. In tasca hanno 70 mila lire regalate dalla zia di Falconieri. Le spendono tutte e se ne tornano a Capri portandosi dietro una batteria, bianca, completa di tutto. Sono nati così i Capri Boys che ancora non sono Capri Boys. Sono solo in due, girano per i locali dell’isola, poi aumentano di numero, cominciano ad inventare stramberie, fisarmoniche con specchietti retrovisori per vedere cosa fa il compagno dietro le spalle, la primo eco elettronica della musica mondiale fatta con un registratore a doppia testina, una che legge e l’altra che rilegge echeggiando, il cantante friulano che parla un ottimo napoletano, poi il cantante che va via e Peppino che debutta al microfono, le piccole tournee, la Rai, il ritorno all’isola, l’accoglienza da sbarco degli americani, la trasferta nella vicina Ischia con nome modificato per non far imbestialire gli ischitani che ce l’hanno con i capresi, la vita dei night, il primo incontro con la futura moglie Roberta, bella, bellissima e pure di più. E volete che continuiamo? Non è possibile, proprio no. Non ce la sentiamo di raccontarvi un mito che già tutti forse conoscono: “I te vurria vasà”, “Voce ‘e notte”, “Luna caprese”, “Champagne”, il palco – unico cantante italiano - calcato assieme ai Beatles, i nove Festival di Sanremo, “Un grande amore e niente più”, “Il sognatore”, e nel frattempo la rottura con Roberta e la nuova moglie Giuliana, i figli, l’abbandono delle giacche improponibilmente lucide, quasi fosforescenti, il ritorno alla tradizione italiana, la voce unica, inconfondibile, una voce che è uno strumento, un’orchestra anzi, un mix, come dice Renzo Arbore, un po’ napoletana, un po’ cubana, un po’ tunisina, toni da muezzin, echi di Roberto Murolo, e la malinconia, il sorriso, il sogno, nostalgia, tenerezza, languore, e noi crediamo che Peppino di Capri sia così perché è così Napoli, elegante e dolce e improvvisamente impetuosa, quasi scatenata. E noi davvero non ce la sentiamo di raccontarvi questo, non ne abbiamo le conoscenze, non siamo esperti. Noi vorremmo dirvi, adesso che è uscito questo nuovo album che si chiama “Collection” e adesso che abbiamo l’occasione di parlarvi di Peppino di Capri, che questo signore è un fenomeno, per come canta, probabilmente, anche se ignoranti come siamo non potremmo giurarvelo, e soprattutto perché (e qui siamo pronti a mettere la mano sul fuoco) da sempre canta un’Italia che gli altri si rifiutano di cantare, l’unica e vera Italia che dovrebbe a noi tutti piacere. Fumava il Vesuvio e lui cantava l’Italia pulita. Smise di fumare il Vesuvio e lui continuò a cantare l’Italia di tutti i giorni. Arrivò il Sessantotto e lui andò imperterrito avanti, e poi i cantautori, i falsi intellettuali di sinistra senza note e senza poesia e con una chitarra in mano, i divi scatenati, i bianchissimi neri che dei neri non hanno mai avuto né il colore né la voce, e lui sempre lì, come un giorno su quella cassetta di birra, lassù un santo che lo aiutava a reggersi, i piedi che neppure arrivavano ai pedali. “Wonderful”, disse il generale Clark. Magnifico. E non vi pare questo un vero miracolo? Sembra quasi la storia della canzone italiana, che un giorno fece il giro del mondo, e non c’era la tv, non c’erano neppure i registratori. C’era un mandolino su una nave che andava in America. E quella canzone espatriò senza cd e produttori, tv e pubblicità, miliardi e festival. E oggi Peppino di Capri vi direbbe: «Chissà come cacchio ha fatto». Chissà. Prima o poi bisognerà scoprirlo.

Dom Arturo, nascido em Capri, era um caprese cara de pau. Chefe do “Morgano Tibério”, famoso Hotel onde há sessenta anos atrás, havia um vai e vem de americanos em guerra. De vez em quando, por lá passava o general Clark, Mark Wayne Clark, comandante da Quinta Armada. Certo dia, dom Arturo o bloqueou e sem frescura nenhuma lhe disse: “Generá, queria comunicar-lhe uma coisa. Eu tenho um sobrinho que é um verdadeiro fenômeno. Está com quatro aninhos e toca piano de maneira espetacular. O senhor gostaria de ouvi-lo?” Isto se deu no ano de 1944, em maio, mais ou menos, à época da batalha de Montecassino. Esta era uma outra Itália. As pessoas tinham a roupa remendada e mesmo em Capri era muito difícil encontrar comida. O general disse que sim, talvez por piedade, talvez apenas para se livrar daquele chato que, porém, cozinhava como um padreterno. Alguns dias depois, no sábado, uma criança trajando avental branco do colégio, calças curtas usadas nos domingos, entrou no salão do “Morgano Tibério”. “Vem – dissera-lhe tio Arturo – tenho três ou quatro amigos que gostariam de te ouvir tocar piano”. Eram dezenas, os quatro amigos, uniformizados, que riam e bebiam e batiam papo com as “senhoritas”. Alguns cantavam. O menino foi erguido pelos ajudantes – sua irmã e sua prima – e colocado sobre uma caixa de cerveja que estava postada em cima do banco do piano-forte. No alto, algum santo interveio para não fazê-lo cair. O resto foi com o menino. Tocou muitas vezes e, no final, o general Clark disse “wonderful” e o engajou para que tocasse às sextas-feiras, aos sábados e domingos no “Morgano Tibério”, sempre em cima daquela caixa de cerveja, balançante, com um santo lá em cima a sustentá-lo. Quem sabe, seria um santo amante das crianças e, igualmente, da música, uma espécie de San Gennaro em ré maior ou algo de similar, um pistolão do paraíso, pois o menino, desde então, não parou de tocar e já se passaram sessenta anos, mais de meio século de modas musicais: o rock’n’roll e o twist, as melodias italianas, os primeiros cantautori, Modugno, Morandi, Cláudio Villa, a geração do 68, os Ricchi e Poveri, os Rolling Stones, os “urlatori” e os sem-vozes. Ele está sempre aí, não mais sobre a caixa de cerveja, mas sobre uma montanha de discos, o último saído nestes dias. Pois ele é ‘o Faraglione, aliás, Peppino di Capri, aliás, para os napolitanos, Giuseppe Faiella, filho, neto, talvez bisneto e, também, irmão, primo, cunhado e pai de artistas. E não deveis vos maravilhar, meus senhores, pois estamos aqui mesmo, na casa Faiella, em Capri, ex-convento de Santa Teresa transformado em habitação, paredes pintadas em vermelho pompeiano, adornadas com andorinhas de papelão nas laterais da entrada e, tendo ao fundo, ao longe, a visão do perfil do Vesúvio que ainda resmunga e emite fumaça. A música, eles, os Faiella, a têm no sangue, e não é esta apenas uma pura expressão. Um dia, quando a guerra acabou, Faiella, pai, voltou para Capri, atravessou o grande portão da casa, pousou o baú e, antes mesmo de abraçar o filho, Peppino, pegou suas pertences: clarinete e sax. Lógico, tratava-se de Bernardo Faiella ‘o Quartino, filho de Giuseppe, dito ‘o Quartino. ‘O Quartino, para quem não sabe, é um clarinete pequeno. Entendeis, agora? A música está até no sobrenome, avô, diretor de banda, papai em guerra, mas junto com os instrumentos, oito tios e tias, todos parenteados com a música. O pequeno Peppino deveria se tornar maestro no Teatro San Carlo (de Nápoles). É natural: o San Carlo está exatamente do outro lado do mar. E daí começaram as lições com a professora alemã, de Düsseldorf, senhora Elisabetta Rudolf, esposa de um músico: solfejos, escalas, Chopin e Bach e Mozart e Pergolesi. Seis anos, não dois dias, despertando na alvorada para estudar, depois a escola normal, em seguida, a professora alemã que, além de tudo, se queixava. O pequeno Peppino suportou e suportou. Enfim não agüentou mais, pegou o barco, depois um ônibus e chegou onde queria. Em Nápoles há uma rua, atrás da universidade e do conservatório. Chama-se rua San Sebastiano, lojas à esquerda e à direita, vendem de tudo, tudo o que se toca, queremos dizer. Peppino chegou uma bela manhã. Não estava sozinho, com ele estava Bebé, nome artístico e de Capri, pois aqui alguém não pode se chamar simplesmente Ettore. Se ele se chama Ettore, Ettore Falconieri, torna-se Bebé, que significa igualmente Braz, mas no caso específico significa Ettore e não perguntais por que... mistérios capreses. Peppino e Bebé entram na loja. No bolso têm 70 mil liras doadas pela tia de Falconieri. Gastam tudo e voltam para Capri levando uma bateria, branca, completa de tudo. Nasceram, assim, os Capri Boys que ainda não são os Capri Boys. São apenas dois, tocam nos vários locais da ilha, depois aumentam o número de participantes, começam a inventar coisas estranhas, como sanfonas com espelhos retrovisores para ver o que está fazendo o companheiro atrás; o primeiro eco eletrônico da música mundial feita com gravador com cabeçote duplo, um que lê e o outro que lê novamente, ecoando; o cantor friulano que fala um ótimo napolitano, pois vai embora e Peppino estréia ao microfone; as pequenas turnês, a RAI, o retorno à ilha, a transferência para a vizinha ilha de Ischia, com nome mudado para não aborrecer os ischitani que odeiam os capreses, a vida nas boates, o primeiro encontro com a futura esposa Roberta, bela, belíssima e até mais. Não é possível continuar contando um mito que talvez todos já conhecem: “I te vurria vasà”, “Voce ‘e notte”, “Luna caprese”, “Champagne”, o palco pisado – único italiano – junto com os Beatles, os noves festivais de San Remo, “Un grande amore e niente più”, “Il sognatore”, e, entretanto, a ruptura com Roberta e a nova esposa Giuliana, os filhos, o abandono dos paletós incrivelmente brilhantes, quase fosforescentes, o retorno à tradição italiana, a voz única, inconfundível, uma voz que é um instrumento, uma orquestra, aliás, um mix, como diz Renzo Arbore, um pouco napolitana, um pouco cubana, um pouco tunisiana, tons de muezzin, ecos de Roberto Murolo, e a malinconia, o sorriso, o sonho, a saudade, a ternura, o languimento e nós acreditamos que Peppino di Capri seja assim por que Nápoles é assim, elegante e doce e, de repente, impetuosa, quase desencadeada. Nós gostaríamos apenas de dizer, agora que apareceu o novo álbum que se chama “Collection” e neste momento, tendo a ocasião de vos falar de Peppino di Capri, gostaríamos de dizer que este senhor é um fenômeno, pela forma de cantar e por que, desde sempre, canta uma Itália que os outros se recusam a cantar, a única e verdadeira Itália que todos nós deveríamos de gostar. Fumava o Vesúvio e ele cantava a Itália limpa. Parou de fumar o Vesúvio e ele continuou a cantar a Itália de todos os dias. Chegou o 68 e ele continuou avançando. Vieram depois os “cantautori”, os falsos intelectuais de esquerda, sem notas e sem poesias, apenas o violão na mão, os branquíssimos negros que do negro não tiveram nunca a cor e, nem sequer a voz, e ele sempre aí, como um dia sobre aquela caixa de cerveja, tendo, no alto, um santo que o ajudava a ficar sentado, com os pés que não chegavam aos pedais. “Wonderful”, disse o general Clark. Magnífico. E não é este um verdadeiro milagre? Parece quase a história da canção italiana, que um dia deu a volta ao mundo e não havia a TV e não havia os gravadores. Havia um mandolim sobre um navio que ia para a América. E aquela canção foi expatriada, sem cd, sem produtores, sem TV, sem publicidade, sem bilhões e sem festivais. E hoje Peppino vos diria “Quem sabe como, diabos, eu fiz”. Quem sabe... Um dia, talvez, iremos descobri-lo.