Il vero colpo di spugna

di Silvio Berlusconi - Sintesi dell’editoriale di Silvio Berlusconi "Il vero colpo di spugna", apparso su “il Giornale” del 3 ottobre 2002

La vicenda umana e politica di Sergio Moroni è lo specchio tragico di un’epoca inquisitoria e buia, per molti aspetti ancora sconosciuta. Un’onda giustizialista travolse l’Italia e finì per cancellare dignità e garanzie e per destabilizzare gli equilibri democratici dello Stato di diritto.

Tangentopoli fu vissuta dall’opinione pubblica come un’illusione salvifica, come un atto liberatorio, ma resterà invece nella storia del nostro Paese come un marchio indelebile di giustizia parziale. E quando la giustizia è parziale, genera solo ingiustizia e disperazione.

Questo ci ricordano Sergio Moroni e le altre 25 persone che si uccisero per Tangentopoli. La giustizia penale non dovrebbe mai avere finalità politiche. Non può averle, per definizione, perché la responsabilità penale è personale. E dovrebbe esaurirsi nell’accertamento di fatti specifici. E le conseguenze possono sì essere anche politiche, ma solo come riflesso occasionale.

L’esperienza italiana ha dimostrato invece che una certa giustizia può portare alla fine di un sistema politico, all’esautorazione di un’intera classe dirigente e può, in definitiva, sostituirsi al popolo nella scelta di chi deve governare il Paese.

I numeri di Tagentopoli sono emblematici nella loro crudezza. Come ricorda Carlo Giovanardi, 86 deputati della Dc su 206 furono inquisiti. Tranne 4, sono stati tutti prosciolti o non giudicati. Eppure quel Parlamento fu messo alla berlina come “Parlamento degli inquisiti”, e fu sciolto anticipatamente malgrado esistesse ancora una maggioranza legittimamente eletta.

Lo stesso trattamento fu riservato agli altri partiti che nella Prima Repubblica avevano fatto da diga, assieme alla Dc, contro il pericolo comunista. Era un sistema consociativo, consolidato da decenni, di un difficile equilibrio di potere costantemente contrattato con l’opposizione comunista. Questa anomalia, questa assenza totale di alternanza di governo aveva portato quel sistema a una serie di degenerazioni.

Ma non bisogna dimenticare che la corsa al finanziamento illegale dei partiti era stata innescata dai poderosi finanziamenti che il Pci riceveva dall’Urss, da parte della potenza, cioè, che si contrapponeva apertamente alle democrazie occidentali.

La sinistra comunista e postcomunista era dunque corresponsabile a pieno titolo di quella degenerazione, ne era anzi la causa principale. Ma alla fine di Tangentopoli il Pds, erede diretto del Pci travolto da una disfatta storica, fu l’unico fra i tradizionali partiti a rimanere in piedi.

Ciò avvenne principalmente per la “provvidenziale” amnistia voluta dalla sinistra nel 1989, amnistia che consentì di azzerare tutti gli effetti giudiziari del finanziamento sovietico. Quello sì che fu un “colpo di spugna”!

Ed è abbastanza sconcertante che oggi, a 13 anni di distanza, chi usufruì di quell’amnistia salvifica propugni la definitiva eliminazione di questo istituto. La surrettizia ricostruzione della storia della Prima Repubblica effettuata dai comunisti è in realtà servita per coprire due fenomeni che hanno prodotto effetti disastrosi: la trasformazione della questione morale in questione giudiziaria e la trasformazione dell’azione giudiziaria in azione politica.

I magistrati del pool di Mani Pulite poterono così affermare che il loro compito era quello di “combattere un fenomeno”, non più di perseguire singoli reati, come invece prevede la legge. E dichiararono di voler “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Tangentopoli non fu una rivoluzione in senso proprio, ma fu il tentativo di un ordine dello Stato di attribuirsi un ruolo etico di preminenza e politico di supplenza, con l’intento di celebrare “un grande processo pubblico”, come ebbe a definirlo il procuratore capo di Milano.

A quei magistrati fu concesso di bloccare il normale iter di approvazione delle leggi con pronunciamenti sulle scalinate del Palazzo di giustizia, e di usare la carcerazione preventiva per costruire le prove attraverso le confessioni.

La grandezza di Sergio Moroni sta proprio nel fatto che è arrivato a sacrificare la vita per superare con un gesto estremo la “flebilità della voce”. Ma ciò è proprio contrario alla normalità democratica.

Una democrazia non può crescere e sviluppare le sue potenzialità se è frenata da uno scontro di potere fra una corrente della magistratura che concepisce il proprio ruolo in termini di egemonia politica, e una parte della politica che, invece, intende riaffermare le prerogative della volontà popolare.

Una democrazia che funziona sa far rispettare le sue leggi senza dover ricorrere al giustizialismo giacobino, e non ha bisogno né di sceriffi né di eroi, ma di regole incorniciate in un sistema garantista che sappia offrire una giustizia rapida e in cui il giudice abbia recuperato, attraverso la sua indispensabile imparzialità, tutta la sua autorevolezza.