Iraq la mia linea

Silvio Berlusconi  – Il Foglio del 17/3/2005

"Orgoglio per il lavoro compiuto fin qui e attenzione meticolosa a non ostacolare in alcun modo la ricostruzione pacifica dell’Iraq: con questi sentimenti e a queste condizioni politiche l’Italia può cominciare a discutere con le autorità di Baghdad e con gli alleati della coalizione la possibilità di un graduale ritiro della sua missione militare di pace a Nassiriyah, a partire dal prossimo mese di settembre. Dopo le elezioni del 30 gennaio, mentre si consolida il percorso costituzionale individuato dal governo ad interim e sostenuto dalla coalizione, si può cominciare a parlare di "missione compiuta" senza escludere per il futuro nuovi, seri, solidi impegni nel sostegno politico, militare e diplomatico alla nascente democrazia irachena. Non devono esserci equivoci in proposito, perché non ce ne sono nei fatti. Abbiamo preso una decisione difficile, nel rispetto di quella parte di opinione pubblica contraria ma assumendoci le nostre responsabilità di guida del paese, quando abbiamo inviato in Iraq, con un voto di maggioranza in Parlamento, tremila ragazzi che si sono fatti onore, che hanno avuto coraggio e senso della misura, che hanno svolto e stanno svolgendo molto bene il loro compito di militari impegnati alla salvaguardia della pace, a Nassiriyah come in Afghanistan come nei Balcani. Divisi nella scelta politica, ci siamo uniti come italiani nel dolore nazionale per i caduti della missione. Il nostro paese ha reagito agli eventi di questi anni duri con formidabile sangue freddo, con grande compostezza e con un sobrio ma tenace patriottismo. E abbiamo saputo far fronte con dignità, efficienza e risultati decisivi alle emergenze umanitarie che si sono presentate, in uno spirito di collaborazione e di coesione civile.

Questo patrimonio di cultura politica, di serietà nell’impegno militare e di valori morali condivisi non andrà disperso: l’Italia non è più il paese degli opportunismi, della volatilità in politica estera e di difesa, il paese delle retromarce precipitose. Siamo fieri di aver contribuito e di poter contribuire ancora, in molte forme, all’apertura di uno spazio democratico in medio oriente. Siamo felici di essere stati dalla parte giusta della storia, e di aver potuto cogliere i primi frutti di una strategia di pace e di libertà, di sicurezza e di democrazia, che è il fulcro della reazione occidentale alla drammatica lezione dell’11 settembre americano e dell’11 marzo madrileno. La battaglia continua La nostra battaglia continua. Alle Nazioni Unite e in Europa, nella Nato e negli altri organismi multilaterali che sovrintendono agli affari mondiali, il posto dell’Italia è a fianco di coloro che credono nella forza risanatrice del metodo democratico, alla capacità della libertà di liberare il mondo dalla disumanità del terrorismo e della guerra asimmetrica che questo porta al nostro modo di vita e alla nostra idea di ciò che è buono e giusto. Non ci siamo rinchiusi nel cinismo e nell’egoismo, non lo faremo in futuro. Dopo le elezioni afghane e irachene, nel pieno del risveglio democratico libanese, e in conseguenza del riavvio di un processo di democrazia e di pace tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese, si moltiplicano le voci capaci di riconoscere che avevamo visto giusto, che la stabilità politica a tutti i costi non era più da tempo la strategia vincente di fronte al dilagare del fanatismo armato, e che qualcuno in occidente doveva rappresentare ed esprimere la volontà di cambiamento della grande maggioranza dei popoli arabi e islamici, e doveva farlo insieme con realismo e idealismo. A tutti coloro che hanno capito il valore di trasformazione e d’impulso della democrazia politica, nelle forme proprie che essa può assumere in ciascun paese ma nel rispetto universale di diritti umani fondamentali, il governo tende la mano per rinsaldare le basi unitarie della nostra Repubblica.

La stabilità politica interna ci ha consentito e ci consente di proiettare in Europa e nel mondo, senza passi falsi e nel pieno rispetto della nostra cultura costituzionale, un’Italia attiva, indipendente, libera di dire la sua in ogni sede e di riaffermare un’amicizia e un’alleanza con gli Stati Uniti che sono fondate, fin dai tempi di Alcide De Gasperi, sulla coesione tra soggetti autonomi impegnati in una missione comune. Disimpegnare gradualmente un certo numero di soldati da funzioni di controllo territoriale e di aiuto alla ricostruzione, concordando ogni passo con i destinatari della nostra missione e con gli alleati della coalizione, è la naturale evoluzione politica di una battaglia che continua."