L'Italia e l'immigrazione: dal Veneto l'esempio! 

Il presidente della Regione Veneto Giancarlo GalanMario Basti, Tribuna Italiana
Nel dibattito sull'immigrazione, il Presidente della Regione Veneto, unico, ricorda i nostri connazionali all'estero

Bravo Galan! Sono anni, e non pochi, che in Italia si dibatte il problema dell'immigrazione e si scontrano le tesi dei fautori, i quali sostengono che gli immigrati sono necessari per l'economia italiana e, pertanto, il fenomeno va incoraggiato, e la tesi degli oppositori, i quali, dati alla mano, dimostrano che da quando l'Italia ha aperto le porte agli immigrati, è notevolmente aumentata la criminalità - rapine, contrabbando, droga, prostituzione - e, perciò la politica della porta aperta o spalancata agli extracomunitari provoca effetti negativi non trascurabili. In campo politico, la prima tesi è quella del governo di centrosinistra, la seconda quella dell'opposizione di centrodestra. La settimana scorsa il complesso problema è tornato al centro del dibattito politico e dell'opinione pubblica per due motivi: anzitutto l'annuncio del ministro dell'Interno secondo cui si pensa di aumentare di ventimila immigrati, la quota di 67 mila, prima decisa per quest'anno e, in secondo luogo, perché si è svolto a Roma un grande convegno internazionale convocato dall'Agenzia del Giubileo, al quale sono intervenuti il presidente del Consiglio Amato, il governatore della Banca d'Italia Fazio, il ministro dell'Interno Bianco e tante altre personalità: da parte di tutti l'apertura all'immigrazione è stata sostenuta come una necessità, ma a condizione che essa avvenga "con juicio", cioè tenendo conto dei pro e dei contro. Vogliamo accennare a un aspetto che ci riguarda più direttamente e che crediamo si possa sintetizzare in una semplice domanda: perché non si parla di possibili collegamenti del problema con quello degli italiani all'estero e più specificamente di quelli emigrati nei Paesi d'oltreoceano e, ancor più specificamente di quelli che da decenni vivono in Argentina e, non per loro colpa, non hanno fatto l'America? Ma venerdì scorso, leggendo il Corriere della Sera, abbiamo visto con piacere che qualcuno comincia a parlarne. E' il Presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan il quale dichiara: "Un paese come l'Italia, che ha un tasso di disoccupazione piuttosto alto, come prima cosa dovrebbe offrire agli italiani la possibilità di trovare lavoro a casa. Non credo che questo sia razzismo. In secondo luogo vi sono all'estero molti nostri connazionali, che, dopo essere stati costretti in passato ad emigrare, tornerebbero volentieri in Italia: perché non offrire anche a loro una speranza?" Perché? Ce lo chiediamo anche noi e non da oggi, anzi nel fatto che governo e parlamento non se lo chiedono, vediamo l'ennesima prova di quanto poco noi, i quattro o cinque milioni di italiani all'estero, contiamo per loro. Anche per questo ci colpiscono le dichiarazioni del Presidente del Veneto Galan e vogliamo sperare che, anche in altre Regioni, si cominci a pensare lo stesso, specialmente in quelle che, come il Veneto, hanno numerose comunità all'estero ed hanno oggi bisogno di un maggior numero di lavoratori, come il Trentino Alto-Adige, il Friuli-Venezia Giulia e il Piemonte. Non sarebbe preferibile che l'occupazione in queste regioni la trovassero i figli dei veneti, trentini, friulani, piemontesi e anche di altre regioni, che, per effetto delle circostanze locali, sono disoccupati e possono fare non soltanto i lavori più umili, ma anche quelli che richiedono preparazione, studi e tirocinio? E nella società delle piccole cittadine di quelle regioni essi non si inserirebbero più facilmente degli extracomunitari, senza provocare spiacevoli reazioni? Non diciamo che si debbono chiudere le porte dell'Italia agli extracomunitari, diciamo invece che esse debbono aprirsi anche agli italiani all'estero e ai loro figli, che sono anch'essi italiani. Come farlo, quali agevolazioni concedere, come bilanciare i costi con i vantaggi di questa operazione è compito del governo ed è compito delle Regioni, che crediamo siano le più indicate per occuparsene. Le Regioni, infatti, possono qui contare su una struttura sia pure soltanto volontaristica, quella delle associazioni regionali fondate da emigrati che qui operano da tanto tempo e specialmente di quelle che hanno un fluido rapporto con la propria regione. Non sarebbe pertanto molto difficile impegnarsi, nella Regione e qui nella comunità di essa, nella confezione di una banca dati, per far incrociare domanda e offerta, affinché qui sappiano quantità e qualità di manodopera richiesta e condizioni, agevolazioni, trattamento economico e là, nella regione, quanti siano i corregionali o figli di corregionali residenti all'estero disposti ad emigrare nuovamente, stavolta dall'Argentina, dal Sudamerica all'Italia? Questo non è né vuol essere un progetto, nemmeno allo stato embrionale; è soltanto un'idea basata su una frase del Presidente del Veneto. Trasformare l'idea in qualcosa di più concreto - ma farlo presto - non è compito nostro, bensì dei governi regionali e delle comunità regionali. Per conto nostro possiamo soltanto assicurare la massima collaborazione alle iniziative auspicabili che fossero lanciate. Chi comincia?