L'oscurantismo antiglobal ostacola qualsiasi politica.

On. Margherita Boniver, sottosegretario agli esteri, da L'Opinione del 15 settembre 2001

Il sottosegretario Margherita Boniver, foto di Adrian HamiltonVi è una grande attenzione oggi in Italia, come nel resto del mondo, ai temi della globalizzazione. E' probabile che il nostrano interesse verso un così importante fenomeno sia da imputare in buona misura al Vertice dei G8 a Genova, alle decisioni prese e agli argomenti dibattuti, nonostante gli episodi di violenza che hanno segnato sconsideratamente l'andamento dei lavori. Indipendentemente dagli eventi genovesi in Italia, nel mondo è doveroso parlare, discutere di globalizzazione perché essa è un fenomeno che coinvolge tutti e riguarda tutti.

La globalizzazione, al di là degli abusati slogan pro o contro, in realtà altro non è che il processo di progressiva integrazione tra le economie e le società, in tutte le aree del pianeta. Un processo che salta e a volte abbatte le frontiere, azzera le distanze, integra le conoscenze. L'esempio più evidente di questa "rivoluzione" è Internet, un'unica rete di informazione globale, accessibile ovunque, semplice ma immensa che oggi costituisce un luogo virtuale ma vero, sebbene immateriale, dove si fondono diverse realtà. Si parla già da tempo al riguardo di "Società dematerializzata" o virtuale ed il "villaggio globale" di Internet ne è una componente essenziale.

Ovviamente della spinta all'interdipendenza i primi ad avvantaggiarsi sono i mercati, guidati dalla "smithiana" mano invisibile alla ricerca del profitto. Dal crollo del muro di Berlino ad oggi, di conquiste il libero mercato ne ha fatte davvero tante, al punto che si attende per la fine di quest'anno l'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, un traguardo davvero storico.

L'integrazione delle tecnologie e dei mercati ha ovviamente delle ricadute sociali notevoli che non possono non sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica. Il processo di globalizzazione genera ricchezza e rappresenta una grande opportunità per tutti. I mercati producono di più quando si integrano, si ampliano e si specializzano, mentre le tecnologie si diffondono con maggiore velocità. Con l'aumentata capacità produttiva e innovativa la società ha un miglior accesso alle informazioni e, in generale, ha una quantità esponenzialmente maggiore di informazioni e quindi maggiori possibilità di sviluppo. L'integrazione economica permette lo sviluppo della società grazie al dialogo tra culture diverse, all'uso di nuove forme di comunicazione e alla diffusione delle scoperte. Tutto questo rappresenta il lato positivo che non deve però impedirci di vedere che, come accade in ogni percorso di crescita, l'attuale processo di globalizzazione non è scevro di conseguenze negative. Non basta infatti creare ricchezza, occorre anche distribuirla in modo equo. All'interno di tutte le economie nazionali questo è uno dei compiti più importanti dello Stato che ridistribuisce il reddito, con tasse e sussidi, e lenisce le conseguenze negative della crescita, cioè la sofferenza e la miseria di settori della società che non ricevono ancora o non riceveranno più un reddito dal mercato. Purtroppo a livello internazionale questa funzione di ridistribuzione del reddito, che consideriamo naturale all'interno dei confini nazionali, non esiste. Oggi esistono al contrario larghi settori della popolazione mondiale o interi Paesi che subiscono i contraccolpi negativi della globalizzazione e, in assenza di un'efficace rete di solidarietà internazionale, traggono pochi vantaggi da un processo che invece rappresenta un'occasione formidabile di sviluppo. Questo esito paradossale non è certo la dimostrazione che la globalizzazione è sbagliata o che il sistema di mercato è iniquo e basato sullo sfruttamento ma è la conferma, in termini mondiali, di ciò che è evidente da tempo in tutte le economie sviluppate e cioè che la crescita del mercato crea squilibri cui è possibile però rimediare. Oggi il processo di globalizzazione ci impone di cercare rimedi e soluzioni su scala mondiale, per rendere più equi gli effetti del mercato globale.

Lontano dagli estremismi "manichei", come giustamente li definisce il Ministro Ruggiero, che vedono il mondo dividersi in buoni (antiglobal) e cattivi (globalisti), è condivisibile l'opinione che l'attuale processo di globalizzazione produca effetti negativi, ma rifiutare questo processo è antistorico e oscurantista, incoerente per definizione. Occorre invece riflettere sul modo di governare questo processo, cercando nuove regole a livello internazionale e creando tra i Paesi una rete di solidarietà sociale che riequilibri le diseguaglianze e permetta a tutti di entrare nella "società del domani", perché la vera tragedia sarà restarne esclusi.