L’Europa giudaico-cristiana

Una civiltà non esiste senza identità e senza radici riconosciute - Da Il Foglio del 31 maggio 2003

L'imperatore romano Costantino, proclamò il cristianesimo  religione di Stato e promosse il Concilio di Nicea durante il quale fu definita la modalità di calcolo per la data della Pasqua cristiana.La definizione storico-ideologica dell’Europa che esce dal testo, per fortuna provvisorio, della Convenzione, sarebbe piaciuta a Robespierre. Ci sono i Lumi, c’è la reminiscenza del passato greco-romano, dal quale fu derivato il cappello frigio, c’è un riferimento generico e panteistico alla religione, più o meno come nel culto della dea Ragione. Anche quella giacobina, beninteso, è stata un’idea di Europa, anche se per affermarsi ha dovuto passare per la traduzione napoleonica, che di una Chiesa, seppure asservita e umiliata, ha pur dovuto servirsi. Ma, come osserva Pierluigi Battista sulla Stampa, non è certo quella l’unica Europa. E’ comprensibile che la tecnocrazia europea si senta protetta dalla dea Ragione, in nome della quale pretende di decidere al di sopra delle volontà espresse politicamente, ma quella in discussione non è l’identità della burocrazia di Bruxelles, è quella degli europei. L’identità non è l’esito di un patto, di un trattato sociale, con buona pace di Jean Jacques Rousseau, ma qualcosa di più profondo e persino di più intimo. Che cos’è che rende tra loro più simili gli europei, che li distingue da altre tradizioni, da altre culture, da altre civiltà? E’ difficile, pressoché impossibile cercare una risposta trascurando la storia del continente, che è intimamente legata a quella della societas christianorum. Si può scegliere di negare l’esigenza di definire un’identità, in nome di un cosmopolitismo genericamente umanitario, e questa in sostanza è stata la scelta, sbagliata, della Convenzione. I valori specifici dell’Europa vengono infatti definiti come i “diritti dell’uomo”, principi universalistici che si vorrebbe veder applicati in ogni parte del mondo. Ma il principio in base al quale è “giusto” che questi diritti vengano estesi a tutti è, appunto, il concetto giudaico-cristiano di persona, di unicità della persona, inviolabile in quanto portatrice di per sé, e non per concessione o per convenzione, di libertà. La libertà appartiene alla persona Dopo l’11 settembre si è visto con chiarezza come questo principio personalistico abbia innervato la reazione dell’Occidente alla minaccia terroristica, che per sua natura è negatrice della personalità. Quando i terroristi delle Brigate rosse, come tutti i terroristi, sostenevano che sparare contro una divisa, una rappresentanza istituzionale, una figura sociale, non creava problemi di coscienza, illustravano esattamente il contrario del principio di personalità. Per reagire a questa follia, quando è arrivata a progettare l’apocalisse, l’America è ricorsa all’identità più riposta, quella della difesa della persona umana come base di tutto, che è la forza vera di una società, che non risiede nel suo livello di consumi e neppure nella sua evoluzione tecnologica. L’Europa è nata dalla contaminazione del principio di libertà personale con quello di autonomia dello Stato. La frase evangelica “date a Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare” è la base su cui, a differenza di tutte le altre civiltà, in quella occidentale, cioè europea, lo Stato è considerato il garante delle libertà, non la sua fonte. Naturalmente questo è avvenuto attraverso processi complessi e terribili attriti. E’ avvenuto perché la predicazione giudeo-cristiana della libertà è avvenuta sotto Cesare, portatore ed erede della civiltà ellenica e della formidabile organizzazione giuridica romana. Maometto non ha incontrato Cesare, i suoi eredi si sono fatti califfi, e ciò ha segnato la differenza della civiltà islamica. Il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, proprio per questo, non è affatto clericale. L’autonomia della politica nella sua sfera, che è in sostanza il principio di laicità dello Stato, è infatti uno dei lasciti più importanti di questa eredità. Se ne vede una conseguenza persino nel fatto che, nonostante la predicazione del Papa contro la guerra in Iraq, i quattro principali paesi cattolici d’Europa, Italia, Spagna, Polonia e Portogallo, si sono invece schierati dalla parte delle potenze anglosassoni. L’altra grande eredità della tradizione giudeo-cristiana è che la libertà appartiene alla persona, non all’individuo. La libertà come pura volontà di potenza, che ha trionfato durante la più tragica vicenda europea, non accetta il limite della libertà altrui, perché nell’altro non riconosce una persona. E’ esagerato dire che questa concezione deriva in linea diretta dal giacobinismo, ma con la visione di uno Stato che distribuisce diritti, anziché tutelare quelli naturali della persona, ha molte parentele. Gli avvenimenti del secolo scorso mostrano che le radici non bastano a preservare dai rischi dell’affermazione di concezioni illiberali ed anti personali. L’Europa unita, però, nasce dal fallimento di quelle ipotesi e di quei tralignamenti, definisce la sua identità sul rifiuto della legge del più forte e del darwinismo sociale.

Affermare un’identità significa riconoscere le proprie radici, senza di che una civiltà specifica non esiste, per ragioni perfettamente laiche.