La pace ha scelto la globalizzazione.

Margherita Boniver

Ernesto ZedilloErnesto Zedillo, ex presidente del Messico, sostiene che il suo paese è un esempio di come la globalizzazione possa essere la migliore amica dei poveri e non la peggiore nemica, come vorrebbero i no-global. Solo in un mondo stabile e sicuro i più poveri possono risalire la china e sperare di raggiungere il benessere. Quindi, non meno globalizzazione ma semmai di più, e più inclusiva verso chi oggi ne è rimasto fuori. Per sradicare la povertà si deve passare obbligatoriamente attraverso il libero scambio, anche se non esistono risposte semplicistiche agli incidenti collaterali che le economie fragili a volte subiscono fino a naufragare. Per attenuare questi fenomeni è auspicabile individuare degli ammortizzatori di solidarietà economica internazionale che intervengano automaticamente quando le involuzioni si manifestano. Le priorità di lotta del movimento no-global scritte, non senza difficoltà, nel Manifesto conclusivo dopo i folcloristici lavori di Porto Alegre rischiano, oltre ad indicare gli Stati Uniti come il Grande Satana, di essere una mera enunciazione generica d’intenti. Certamente nobili, ma già in gran parte presenti negli obiettivi di ogni nazione civile. Chi mai tra i paesi del G8 ad esempio, non dovrebbe essere favorevole alla protezione dell’ambiente, alla parità tra uomo e donna, alla diffusione della democrazia nel mondo o all’abolizione della guerra e del terrorismo? Da tempo queste ricche democrazie studiano come affrontare la cancellazione dei debiti contratti dai paesi poveri e istituire aiuti concreti, senza fossilizzarsi sulla Tobin tax peraltro ritenuta inefficace dalla maggior parte degli economisti più concreti. La fine dei paradisi fiscali? Un bel colpo arriverà dalla caccia ai fondi occulti delle reti terroristiche coinvolte negli attentati dell’11 settembre. Il problema non è dire cosa fare, su cui tutti - pure nelle diverse sfumature - sono d’accordo, ma stabilire come farlo. L’impressione è che chi poteva mettere in campo più immaginazione, come appunto ci si attendeva dai giovani a Porto Alegre, ha finito per trincerarsi dietro imbarazzanti ovvietà. Gli unici veri punti controversi tra globalizzatori e no, spulciando il documento, li si può intravedere in un diverso approccio nei confronti delle privatizzazioni e delle biodiversità, che se non devono diventare dei totem non possono neppure essere dei tabù. Che sia necessario un impegno assai più incisivo per creare un mondo migliore in tutti i sensi è fuori discussione e che ci siano giovani che manifestino, anche energicamente, per rammentarlo ai potenti è altrettanto utile, se non indispensabile per pungolare certe pigrizie. Meno confortante è dovere assistere allo sgomitamento in loro soccorso di adulti, spesso troppo navigati e vaccinati - politici, economisti o intellettuali non fa differenza – che tentano di metterci sopra il cappello per interessi di bottega. Pretendere di risolvere con semplici e accattivanti slogans problemi che semplici non sono può essere fuorviante. Ad esempio, in Afganistan una parvenza di democrazia, di parità uomo donna, di ripresa delle attività produttive, che i no-global giustamente chiedono, sono possibili oggi grazie alla guerra che essi condannano senza appello. Una guerra che ha causato purtroppo anche vittime innocenti, ma che ha posto fine, con la sconfitta dei Talebani, a una crudele tirannia che affamava, perseguitava, mutilava e ammazzava schiere assai più numerose di cittadini altrettanto innocenti che quelli rimasti vittime dei bombardamenti, oltre ad allevare e proteggere terroristi. Quale la priorità più urgente per il popolo afgano? Saranno d’accordo anche i no-global: riconquistare la libertà. Il piano Marshall per la Palestina e un nuovo tavolo di trattative per la pace in Medioriente proposti da Berlusconi non vanno forse nella direzione giusta? Ma la pace, se ci sarà, potrà essere solo quella possibile e non quella che ognuna delle parti in campo ritiene soggettivamente l’unica giusta. Di nuovo, un logico e naturale obiettivo che per essere raggiunto richiederà percorsi che a molti appariranno non sempre logici e neppure naturali. Il nostro presidente del Consiglio ha anche coraggiosamente progettato di aumentare notevolmente l’attuale 0,13% del prodotto lordo nazionale destinato agli aiuti per il Terzo mondo, portandolo fino all’1%. Una scelta forte e lungimirante che ne innesca altre per essere sviluppata razionalmente, che richiederà capacità decisionali e perseveranza. Aiutare senza distinzione i popoli in difficoltà come la pietas suggerisce, correndo però il rischio di rafforzare il potere dei loro aguzzini, sovente i loro stessi governanti occupati a sperperare le risorse del paese per il personale vantaggio? Oppure fare una limpida e responsabile distinzione privilegiando quelle regioni e nazioni dove gli interventi oltre ad alleviare le sofferenze servono anche a rafforzare libertà, democrazia, sanità, istruzione, occupazione? Kofi Annan, Segretario generale dell’Onu e premio Nobel per la pace ha scritto recentemente: “nel Forum economico io ho visto un’occasione per rivolgermi alle èlite globali in nome di quelle masse oppresse. In nome e a favore di quel miliardo di persone che nel mondo di oggi vive senza sufficiente cibo, senza acqua potabile, senza istruzione primaria né assistenza sanitaria per i propri bambini. Senza requisiti minimi necessari alla dignità umana. Io non credo che queste persone siano vittime della globalizzazione. Il loro problema non è essere parte del mercato globale bensì, nella maggior parte dei casi, l’esserne esclusi”. Come sostiene Jeffrey Sachs, direttore del centro per lo sviluppo internazionale dell’Università di Harvard, chi ha manifestato contro il World Economic Forum di New York “cercava risposte semplici. Non ci sono risposte semplici”.