Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, sostiene che il suo paese è un
esempio di come la globalizzazione possa essere la migliore amica dei poveri e
non la peggiore nemica, come vorrebbero i no-global. Solo in un mondo stabile e
sicuro i più poveri possono risalire la china e sperare di raggiungere il
benessere. Quindi, non meno globalizzazione ma semmai di più, e più inclusiva
verso chi oggi ne è rimasto fuori. Per sradicare la povertà si deve passare
obbligatoriamente attraverso il libero scambio, anche se non esistono risposte
semplicistiche agli incidenti collaterali che le economie fragili a volte
subiscono fino a naufragare. Per attenuare questi fenomeni è auspicabile
individuare degli ammortizzatori di solidarietà economica internazionale che
intervengano automaticamente quando le involuzioni si manifestano. Le priorità
di lotta del movimento no-global scritte, non senza difficoltà, nel Manifesto
conclusivo dopo i folcloristici lavori di Porto Alegre rischiano, oltre ad
indicare gli Stati Uniti come il Grande Satana, di essere una mera enunciazione
generica d’intenti. Certamente nobili, ma già in gran parte presenti negli
obiettivi di ogni nazione civile. Chi mai tra i paesi del G8 ad esempio, non
dovrebbe essere favorevole alla protezione dell’ambiente, alla parità tra
uomo e donna, alla diffusione della democrazia nel mondo o all’abolizione
della guerra e del terrorismo? Da tempo queste ricche democrazie studiano come
affrontare la cancellazione dei debiti contratti dai paesi poveri e istituire
aiuti concreti, senza fossilizzarsi sulla Tobin tax peraltro ritenuta inefficace
dalla maggior parte degli economisti più concreti. La fine dei paradisi fiscali?
Un bel colpo arriverà dalla caccia ai fondi occulti delle reti terroristiche
coinvolte negli attentati dell’11 settembre. Il problema non è dire cosa fare,
su cui tutti - pure nelle diverse sfumature - sono d’accordo, ma stabilire
come farlo. L’impressione è che chi poteva mettere in campo più
immaginazione, come appunto ci si attendeva dai giovani a Porto Alegre, ha
finito per trincerarsi dietro imbarazzanti ovvietà. Gli unici veri punti
controversi tra globalizzatori e no, spulciando il documento, li si può
intravedere in un diverso approccio nei confronti delle privatizzazioni e delle
biodiversità, che se non devono diventare dei totem non possono neppure essere
dei tabù. Che sia necessario un impegno assai più incisivo per creare un mondo
migliore in tutti i sensi è fuori discussione e che ci siano giovani che
manifestino, anche energicamente, per rammentarlo ai potenti è altrettanto
utile, se non indispensabile per pungolare certe pigrizie. Meno confortante è
dovere assistere allo sgomitamento in loro soccorso di adulti, spesso troppo
navigati e vaccinati - politici, economisti o intellettuali non fa differenza
– che tentano di metterci sopra il cappello per interessi di bottega.
Pretendere di risolvere con semplici e accattivanti slogans problemi che
semplici non sono può essere fuorviante. Ad esempio, in Afganistan una parvenza
di democrazia, di parità uomo donna, di ripresa delle attività produttive, che
i no-global giustamente chiedono, sono possibili oggi grazie alla guerra che
essi condannano senza appello. Una guerra che ha causato purtroppo anche vittime
innocenti, ma che ha posto fine, con la sconfitta dei Talebani, a una crudele
tirannia che affamava, perseguitava, mutilava e ammazzava schiere assai più
numerose di cittadini altrettanto innocenti che quelli rimasti vittime dei
bombardamenti, oltre ad allevare e proteggere terroristi. Quale la priorità
più urgente per il popolo afgano? Saranno d’accordo anche i no-global:
riconquistare la libertà. Il piano Marshall per la Palestina e un nuovo tavolo
di trattative per la pace in Medioriente proposti da Berlusconi non vanno forse
nella direzione giusta? Ma la pace, se ci sarà, potrà essere solo quella
possibile e non quella che ognuna delle parti in campo ritiene soggettivamente l’unica
giusta. Di nuovo, un logico e naturale obiettivo che per essere raggiunto
richiederà percorsi che a molti appariranno non sempre logici e neppure
naturali. Il nostro presidente del Consiglio ha anche coraggiosamente progettato
di aumentare notevolmente l’attuale 0,13% del prodotto lordo nazionale
destinato agli aiuti per il Terzo mondo, portandolo fino all’1%. Una scelta
forte e lungimirante che ne innesca altre per essere sviluppata razionalmente,
che richiederà capacità decisionali e perseveranza. Aiutare senza distinzione
i popoli in difficoltà come la pietas suggerisce, correndo però il rischio di
rafforzare il potere dei loro aguzzini, sovente i loro stessi governanti
occupati a sperperare le risorse del paese per il personale vantaggio? Oppure
fare una limpida e responsabile distinzione privilegiando quelle regioni e
nazioni dove gli interventi oltre ad alleviare le sofferenze servono anche a
rafforzare libertà, democrazia, sanità, istruzione, occupazione? Kofi Annan,
Segretario generale dell’Onu e premio Nobel per la pace ha scritto
recentemente: “nel Forum economico io ho visto un’occasione per rivolgermi
alle èlite globali in nome di quelle masse oppresse. In nome e a favore di quel
miliardo di persone che nel mondo di oggi vive senza sufficiente cibo, senza
acqua potabile, senza istruzione primaria né assistenza sanitaria per i propri
bambini. Senza requisiti minimi necessari alla dignità umana. Io non credo che
queste persone siano vittime della globalizzazione. Il loro problema non è
essere parte del mercato globale bensì, nella maggior parte dei casi, l’esserne
esclusi”. Come sostiene Jeffrey Sachs, direttore del centro per lo sviluppo
internazionale dell’Università di Harvard, chi ha manifestato contro il World
Economic Forum di New York “cercava risposte semplici. Non ci sono risposte
semplici”.