La richiesta di dimissioni del senatore a vita Francesco Cossiga

Resoconto stenografico dell'intervento al Senato, del 19 giugno 2002

Il Senatore Francesco CossigaSignor Presidente, signori rappresentanti del Governo, signori senatori, cari colleghi ed amici, ringrazio lei, signor Presidente ed amico, per avermi voluto concedere ad inizio di seduta la facoltà di dare ragione all'Assemblea, e attraverso di essa, al Paese, delle motivazioni e dei fini delle mie dimissioni di senatore, nonché la possibilità di rivolgere un saluto riconoscente e amichevole a coloro che, senza distinzione di parte, in questa Camera sono stati e sono fino ad oggi miei colleghi premurosi, rispettosi, cortesi e, a dire il vero, anche comprensivi.

Lei, signor Presidente, vorrà qui permettermi di derogare ad un'antica convenzione, che è stata sempre anche una regola di etichetta istituzionale, non doversi mai nominare, se non per necessità procedimentali e con riferimenti testuali, l'altro ramo del Parlamento, e quindi di inviare un memore saluto beneaugurante ai colleghi dell'altra Camera, di cui ebbi l'onore di far parte, in rappresentanza della mia terra di Sardegna, per ben sei legislature e venticinque lunghi anni.

E prendendo qui la parola per quella che ritengo sarà l'ultima volta, io intendo con il suo permesso, signor Presidente, rivolgere da quest'Aula un saluto di congedo e anche esprimere la mia gratitudine a quegli elettori per la fiducia che tante volte mi hanno dimostrato, e che dal lontano 1958, dalla mia piccola patria e nazione incompiuta, la Sardegna, hanno voluto farsi da me rappresentare al Parlamento della Nazione italiana, di questa Nazione che io amo, e della quale la mia nobile terra fa parte per scelta di valori e fraterna comunanza di ideali, al di là delle pur da noi rivendicate profonde differenze storiche, culturali, linguistiche e di costume. Per cui di noi sardi può ben dirsi ciò che dei cittadini svizzeri diceva Denis de Rougemont, con grande realismo e concretezza politica e con grande forza poetica: che noi sardi siamo "italiani per volontà".

Il mio discorso tratterà ampiamente dei temi dell'ordinamento giudiziario, delle deviazioni di alcuni giudici e pubblici ministeri e massimamente del Consiglio superiore della magistratura, del problema quindi della giustizia, centrale in ogni Stato di diritto.

In esso vi potranno anche essere elementi e toni di polemica chiara e dura, anche se più volte ho riletto e riscritto il mio discorso per privarlo di essi. Ed è anche per questo che, prima di addentrarmi in questo e altri temi ad esso comuni (l'abuso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, la violazione delle prerogative parlamentari, il disprezzo per il primato del Parlamento), intendo qui preliminarmente riaffermare con convinzione, anche per un'antica tradizione della mia famiglia che ha contato e conta tanti valorosi magistrati, la mia fiducia in quella stragrande maggioranza di magistrati italiani, giudici e pubblici ministeri, addetti a delicate funzioni amministrative del Ministero della giustizia o collaboratori giuridici delle alte autorità dello Stato, che soffrono nella loro immagine e sono ingiustamente penalizzati nei loro meriti per colpa di una piccola ma intelligente minoranza attiva di "magistrati militanti", vuoi dell'ala cosiddetta "democratica", vuoi della non meno pericolosa ala "corporativa".

Da parlamentare e da cittadino, da qui rivolgo un grato saluto per l'opera che essi, nella loro stragrande maggioranza, silenziosamente svolgono per la tutela del diritto, a garanzia degli interessi dello Stato e delle libertà dei cittadini.

Nello svolgimento della loro missione essi possono ispirarsi ad alcuni autentici eroi civili e martiri della legalità, che nell'adempimento e per l'adempimento del loro dovere sono stati uccisi: Francesco Coco, Rocco Chinnici, Vittorio Occorsio, Rosario Livatino, Paolo Borsellino e l'indimenticabile mio amico Giovanni Falcone.

E ad essi io associo Michele Coiro: il contrasto, fermo ma sereno, che ebbi con lui per l'applicazione di leggi "emergenziali" contro il terrorismo - e oggi mi chiedo se non avessi torto io e ragione lui nei duri scontri che avemmo anche in sede di Consiglio superiore della magistratura - e che di fatto limitavano la libertà dei cittadini, fu poi a base della nostra amicizia per cui lo piansi amaramente e alimenta il mio ricordo.

Ho cercato, nei limiti di intelligenza, preparazione, vigore morale, esperienza e cultura, che mi sono propri, di servire con rettitudine e per il bene comune il Paese e la Repubblica: da Ministro e da Presidente del Consiglio, da Presidente del Senato e da Presidente della Repubblica, ma soprattutto, nell'ufficio democratico che considero il più alto, da membro del Parlamento, organo sovrano dello Stato.

E ciò ho fatto certo per senso del dovere ma anche per una passione politica, personale, che affonda le sue radici repubblicane e liberali in una tradizione familiare e di ceto fatta di amore per la libertà e per la causa nazionale.

La mia personale passione politica è stata sempre nutrita da una convinta concezione di etica sociale cattolica, frutto della fede di cui mi è stato fatto dono da Dio e in cui sono stato educato; per cui da cristiano e da cattolico-liberale, da militante non pentito, anzi!, ma ancora orgoglioso della Democrazia Cristiana, ho sempre creduto - come credo - sopra di tutto nel primato della libertà nella vita civile, e nella sovranità esclusiva del popolo nella vita istituzionale e nel primato della politica nella vita degli Stati e nelle comunità.

Ho quindi sempre creduto nella unica sovranità reale, su cui solo può fondarsi una Repubblica democratica: e cioè la sovranità del popolo. Ho sempre creduto nella supremazia istituzionale e nella funzione di suprema garanzia delle libertà dell'unico sovrano legale che possa esistere in un ordinamento democratico: il Parlamento. Ho sempre creduto nel primato della legge, che nella retta ragione umana e nella volontà popolare ha la sua ispirazione e il suo unico fondamento. Ho sempre creduto nell'alta funzione della giurisdizione, garantita dall'autonomia e dall'indipendenza dei giudici, ordine e non potere: giudici liberi pertanto in modo assoluto nell'esercizio delle funzioni proprie a ciascuno di essi assegnate (come organi individuali o come collegio, ma mai come corpo), di accertare il fatto dichiarandolo come vero, naturalmente - perché non è proprio di questo ordine temporale - non vero storico, ma solo necessario vero convenzionale per l'applicazione delle leggi, in processi secondo il diritto, processi civili, penali, amministrativi, nelle controversie tra lo Stato e i cittadini e tra i cittadini stessi.

Ordine autonomo dunque e non potere indipendente perché, come affermava giustamente Palmiro Togliatti alla Costituente, non libero nei fini e nella scelta degli interessi e dei valori da tutelare, legittimato certo alla missione ad esso attribuita dalla Costituzione e da una norma fondamentale per cui non vi è Stato senza giudici, ma privo di quella legittimazione popolare e democratica, che sola può in democrazia essere fondamento di un legittimo potere: "schiavi" dunque i giudici della legge e non "sovrani" di essa!

Ho sempre creduto nella necessità dell'indipendenza del giudice dal potere politico, ma anche da qualunque altro potere, palese od occulto, paralegale o di fatto, fosse puranco espressione elettiva dei giudici stessi o frutto della loro libertà associativa. Ma ho sempre ritenuto, proprio per questo, con i grandi costituzionalisti americani e francesi (e tra questi ultimi Constant e Guizot), come il peggiore tra i governi possibili, perché governo irresponsabile, il governo aristocratico dei giudici stessi o, ancor peggio, il governo dei pubblici ministeri, per loro natura inquisitoriali e nel nostro ordinamento ingiustamente irresponsabili dei loro comportamenti e delle loro azioni. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Ho sempre creduto nello Stato di diritto, ma più che nel senso non privo di pericoli della concezione dello Stato etico, propria del liberalismo idealistico germanico, nel senso del diritto comune anglosassone: e cioè del primato della rule of law e del giusto processo secondo il diritto, nella presunzione di innocenza, nella parità assoluta nel processo tra accusa e difesa, nella assoluta terzietà, necessaria e incondizionata, del giudice, nel rispetto del cittadino e dell'uomo, anche se imputato o colpevole.

Io sono dunque per la giustizia laica, e sono contro la giustizia etica e contro la giustizia didattica. Sono per una giustizia che consista esclusivamente nell'applicazione del diritto positivo, interpretato secondo i canoni e i criteri da esso stesso fissati, e per un processo che sia esclusivamente strumento di questa giustizia e non di fantasiose - anche se generose - utopiche o peggio ancora temerarie, realizzazioni di valori etici o politici o sociali, non ricompresi nel sistema di valori e interessi interno all'ordinamento giuridico vigente, ma liberamente professati come persone o scelti dai singoli magistrati.

Sono per una giustizia che agisca attraverso processi che seguano le regole fissate dal diritto e non per processi che vogliano ricercare o affermare la Verità, anche se del caso correggendo, riscrivendo, o peggio rifacendo la Storia, convinto come sono che ogniqualvolta la verità è stata scritta con la "v" maiuscola, la storia con la "s" maiuscola e la libertà con la "l" maiuscola tutto questo è stato coronato dalle ghigliottine o dalle forche. (Applausi dei Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Sono per una giustizia delle libertà riconosciute e garantite dall'ordinamento giuridico, non per un processo che voglia, per iniziativa del giudice, conquistare la libertà: ma poi, quale libertà? Io credo fermamente nel primato della politica, come forma di altissima cultura teorica e pratica e di sapienziale prudenza e come forma di azione, come servizio, come vocazione, e quando necessario anche, come diceva un grande sociologo tedesco, come professione: certo la più nobile tra le professioni umane, salvo il sacerdozio che professione non è bensì missione, ma grandi politici, da Tommaso Moro ad Alcide De Gasperi, possono considerarsi anch'essi sacerdoti, anche se sacerdoti soltanto del tempo.

Ed è proprio perché vedo oggi ancora di più minacciati - non da grandi movimenti ma da piccoli e non per questo meno pericolosi episodi - questi princìpi che io mi dimetto da senatore a vita.

Mi dimetto, cioè, per riaffermare e testimoniare, di fronte all'opinione pubblica e alle istituzioni del Paese, la supremazia in democrazia della politica, la supremazia dello Stato di diritto e la supremazia del Parlamento, quale supremo e unico garante della libertà e delle libertà dei cittadini, per una concezione laica e non etica e non didattica della giustizia. E ciò faccio forse, anzi, certo presuntuosamente ritenendo di dare con questo atto al Paese e alle istituzioni un utile scandalo, perché credo nel Vangelo e credo quindi che talvolta sia opportuno che gli scandali accadano.

Un falso e pernicioso pseudo-garantismo pangiurisdizionalista, frutto insieme di alchimie teoretiche, più che da studiosi del diritto da semplici azzeccagarbugli e da cultori di una "sociologia politica leggera", ma anche - e qui il discorso è più serio - frutto di un passato politico che io ho cercato con personale responsabilità di superare, in cui le due parti del Paese, profondamente diverse, cercavano di garantirsi con istituzioni e norme in qualche modo l'una, più che nei confronti, contro l'altra; un falso e pernicioso pseudo-garantismo pangiurisdizionalista ha ritenuto che la difesa della libertà non stesse, come primieramente è, né nel Parlamento, né nell'attività degli Esecutivi democratici che di essi sono espressione e strumento, né nel popolo.

Ed è stato quindi un pullulare di cosiddette autorità indipendenti, di metodi di concertazione tra le parti sociali che hanno limitato le competenze legislative del Parlamento, nella negazione che esso potesse essere più il luogo del confronto e della composizione dei conflitti sociali, superando così in una sorta di neo-corporativismo la concezione che aveva segnato la definitiva adesione della socialdemocrazia europea ai valori della rappresentanza parlamentare; di un'egemonia di corti costituzionali trasformatesi, per l'inevitabile logica del potere che è più forte della lettera delle leggi, da giudici della legalità in surrettizi legislatori senza mandato e senza responsabilità democratica; di consigli di amministrazione del personale di quel corpo di funzionari pubblici a carriera speciale che è uso chiamare "magistratura", e che hanno invece dilatato i propri compiti, fino a volersi trasformare quasi in una terza camera del potere legislativo, fino a divenire, sotto la scusa di una funzione di alta protezione, i padri-padroni della magistratura stessa; di leggi speciali ed eccezionali e di polizie speciali che sono rapidamente e pericolosamente "scivolate" in vere e proprie polizie politiche; di limitazioni abnormi della libertà dei cittadini, che se anche sospettati hanno sempre il diritto di essere non inquisiti, ma indagati, solo secondo le disposizioni e con le garanzie stabilite dalla legge, sfuggendo a qualunque tentazione di teatralità.

Si è venuto creando cioè un insieme di norme, istituti e soprattutto prassi e cattive abitudini, tutte basate sul presupposto non tanto dissimulato che la politica e i politici sono per loro natura immoralità e corruzione, e per converso l'amministrazione della giustizia, comunque condotta, e i suoi operatori sono maestri di sacralità e perfezione.

Le libertà in Inghilterra nel 1688 furono salvate per sempre, per quel Paese, dalla gloriosa Rivoluzione guidata e incarnata dal Parlamento, non certo dai giudici della Corona!

L’indipendenza e la libertà degli Stati Uniti d’America hanno origine in una rivoluzione democratica e patriottica, che nacque e trovò la sua guida nei liberi Parlamenti coloniali, non certo nei giudici o peggio nei prosecutor nominati dalla Corona di Londra!

Per travolgere la democrazia e le sue libere istituzioni nel nostro Paese, si dovette manomettere il Parlamento con leggi ingiuste, con atti di sopraffazione e con la violenza esercitata verso i suoi membri, fino all’assassinio. E non furono certo né i giudici né i procuratori del Re - molti dei quali peraltro per difendere i cittadini dalle vessazioni della dittatura dovettero violare la legge, come ai tempi delle leggi razziali - a impedire la dittatura fascista: poiché non questo era, in verità, il compito né dei giudici né dei membri del pubblico ministero, ma sarebbe stato il dovere del popolo e del Parlamento liberamente eletto!

E in Germania, solo quando fu definitivamente travolto il Reichstag liberale e furono disciolti i partiti democratici, il Nazismo, il Male Assoluto del XX secolo, si affermò: e nulla poté la Corte costituzionale del Secondo Reich inventata dall’astratto Kelsen quale garante massima della legalità, nulla poté la cultura della Costituzione contro l’effettività del potere intuita da Carl Schmitt!

Non do colpa certo di ciò né a giudici né a pubblici ministeri né a corti costituzionali, né del nostro né di quei Paesi: perché molto più modesto è e deve essere e rimanere il loro compito. Ma voglio qui riaffermare che solo la supremazia di un Parlamento libero e forte, quale fonte del diritto, può nel regime costituzionale essere guarentigia suprema non soltanto delle libertà, ma anche della giustizia.

Le mie dimissioni da senatore hanno origine, o più esattamente occasione, anche in eventi più semplici, senza scomodare la gloriosa Rivoluzione del 1688 o la distruzione della democrazia tedesca o la Rivoluzione dell’indipendenza americana, eventi più semplici, dicevo, sia più remoti che più immediati, che hanno squarciato un velo che nascondeva, ma non troppo, una realtà pericolosa per la libertà e la stessa giustizia.

Ho sempre nutrito, ormai da molti anni, e fondatamente, un vero senso di profonda colpa - e qui sinceramente e amaramente confesso questa colpa, del sorgere della quale fu occasione anche la mia frequentazione con l’amico Coiro - per aver dato mano, da parlamentare, da Ministro dell’interno, da Presidente del Consiglio e anche da Capo dello Stato, anche se in buona fede, non opponendomi del tutto, alle limitazioni del "garantismo", aprendo la strada all’affermazione del cosiddetto "giustizialismo" e con ciò alla pretesa dell’ordine giudiziario di farsi potere, all’esaltazione perversa del "giudice che lotta" contro questo o a favore di quest’altro (Applausi dai Gruppi FI, AN, LP e UDC:CCD-CDU-DE), del "giudice che lotta" contro il terrorismo e contro la mafia, del "giudice che lotta" per la democrazia, che pur sembrano e sono fini nobilissimi, ma che il giudice deve realizzare essendo solo e soltanto il "giudice che lotta" per l’applicazione della legge in un giusto processo (Applausi dai Gruppi FI, AN, LP e UDC:CCD-CDU-DE), non per fare o correggere la Storia, non per affermare o per far trionfare il Bene, non per insegnare o far risplendere la luce della Verità, ma solo per rendere effettiva la legge emanata e adottata dal Parlamento su mandato del popolo.

Ho dato purtroppo mano non piccola, anche se in tempi tremendi, a tutto ciò, contribuendo in buona fede all’adozione di una legislazione emergenziale, che ha fatto nascere in una parte della magistratura una mentalità permanentemente emergenziale, senza quei termini temporali e senza quei limiti che distinguono profondamente la Francia repubblicana, che pure ha combattuto il terrorismo (e un terrorismo pericoloso, perché intrecciato di nazionalismo e di patriottismo, quale fu il terrorismo condotto dai militari delle organizzazioni sovversive in Algeria) e che ha trasformato molti giudici e pubblici ministeri - molti, ma pochi rispetto alla moltitudine dei giudici e pubblici ministeri del nostro Paese -, come è stato scritto da un grande editoriale di un grande giornale, in ayatollah di una supposta religione laica della magistratura.

Ayatollah che si sentono ancora e sempre di più quasi misticamente sovraordinati a sorvegliare queste pericolose istituzioni politiche rappresentative, cui si accede senza conoscere manuali di diritto e senza pubblico concorso, ma - ahimè - soltanto con il voto del popolo (Applausi dai Gruppi FI, AN UDC:CCD-CDU-DE e LP); certo, rappresentative del popolo, ma questo non ha letto i manuali di diritto, la cui conoscenza è ad essi servita per vincere un pubblico concorso (e speriamo che sia stato sempre così).

Parlo con passione e con ira contenuta, per riferimenti forse ingiustamente, ma non volutamente, generalizzanti e me ne scuso. La magistratura italiana, infatti, nella stragrande maggioranza, come ho già detto, è ben altra cosa. Ma il volto severo della magistratura italiana, che durante il fascismo e l'occupazione nazista (abbiamo in quest'Aula magistrati che rimasero al loro posto ed esposero la loro vita per difendere i diritti dei cittadini contro l'occupante nazifascista) cercò con coraggio di limitare i soprusi della dittatura e anche le nefaste conseguenze delle leggi razziali (ed alcuni di essi, come coloro che assolsero Emilio Lussu, lo pagarono duramente!), è oggi, di fronte a gran parte dell'opinione pubblica, ingiustamente sfregiato in modo quasi caricaturale dal comportamento dei magistrati della cosiddetta magistratura militante, sia di quella "democratica", sia di quella "corporativa".

Molto mi meraviglia e addolora, dunque, l'irosa e precipitosa reazione, portata fino alle minacce e alle intimidazioni, da parte del procuratore della Repubblica di Milano dottor Gerardo D'Ambrosio, persona a me amica, che stimo e che ho sempre stimato fino ad oggi equilibrata, nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri per sue supposte e legittime - e per me anche giuste - dichiarazioni, che peraltro egli ha totalmente smentito con un comunicato ufficiale contro il giornale che le aveva pubblicate. Reazione ancor più grave perché egli è il capo dell'ufficio del pubblico ministero che sostiene l'accusa nei procedimenti penali in corso nel tribunale di Milano e che in essi vedono imputato lo stesso onorevole Berlusconi. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Sinceramente, mi sembra un’esagerazione paragonare la resistenza contro il terrorismo, di cui l'amico D'Ambrosio fu valoroso campione fino a compromettere la sua salute, alla resistenza, che sarebbe del tutto sproporzionata, all'attuale Governo, che in realtà, data la debolezza e la leggerezza della riforma proposta, dovrebbe essere ringraziato, anziché impugnato, anche dall'ala più oltranzista della maggioranza militante (Applausi dai Gruppi FI, AN UDC:CCD-CDU-DE e LP).

E poi tenga per fermo l'amico D'Ambrosio che sul piano delle regole del regime democratico tra lui, valoroso, onesto, sincero e altissimo magistrato, e qualunque membro del Parlamento o del Governo, vi è un abisso, perché quest'ultimo trova la sua legittimazione nel mandato popolare e lui in un complesso di leggi che solo il popolo ha approvato e in un pubblico concorso.

Noi siamo ancora, fortunatamente, una democrazia popolare del XXI secolo e non un'aristocrazia dinastica o curiale della Francia del XVI, XVII o XVIII secolo. (Prolungati applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Pronto a difendere le mie prerogative di presidente del Consiglio superiore della magistratura e a sanzionare l'illegittimo straripamento del CSM anche - come si è detto - manu militari, mentre il mio partito, deferente e timoroso di fronte alla prepotenza della "magistratura militante", tacque, ottenni l'aperta approvazione della segreteria del Partito Comunista Italiano, che mi espresse la sua solidarietà, inviando a significarmela Pecchioli, Malagugini e Perna. Peraltro, insieme ad essa, costoro mi diedero fermi e saggi consigli di prudenza e moderazione, che io seguii (anche sembrando di fare una ritirata) per il ristabilimento della correttezza e insieme della serenità e funzionalità dell'istituzione.

Ricordo ed è ancora nelle mie orecchie il grido quasi angoscioso di un comunista liberale quale era Perna che mi disse: "Resisti almeno tu che puoi, e non permettere che costoro travolgano la Repubblica e la democrazia!". E io non sono persona che cita i morti per mettere nella loro bocca le falsità! (Applausi dai Gruppi FI e UDC:CCD-CDU-DE).

La mia decisione di dimettermi da senatore ha anche un’occasione immediata: un piccolo episodio di corruzione. L’altro giorno un grandissimo finanziere e industriale, che con l’approvazione di tutto il nostro Paese adesso è stato nominato ad un’altissima carica, mi disse: "Si vede la decadenza e la povertà del Mezzogiorno anche dall’esiguità e dalla modestia della sua piccola tangentopoli". Un piccolo episodio di corruzione o forse di concussione, ma che ha tolto il coperchio da una pentola che da tempo era in ebollizione.

Ho letto quelle carte processuali, perché irritualmente il mio nome è presente in esse, a causa di verbali di intercettazioni di dubbia legittimità e di certa inopportunità.

Provo vergogna oltre che indignazione, e provo paura come membro del Parlamento, non certo paura personale, ma sul piano istituzionale, perché per le critiche che ho rivolto ai magistrati che hanno scritto queste carte il procuratore della Repubblica di Potenza ha ritenuto di dover emanare un comunicato, pubblicato dall’ANSA, per affermare, credendo e allo scopo di intimidirmi e di farmi tacere, che le mie dichiarazioni erano "al vaglio della procura": immaginatevi la mia paura, maggiore sarebbe stata se mi avesse miagolato dietro un gatto! (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN, LP e Aut. Ilarità).

Vi è stata corruzione? Ex democristiani e post-comunisti - stranamente appaiati fra di loro, anzi direi che è l’arco costituzionale più rappresentato: un comunista, due ex democristiani, uno di centro-destra e uno di centro-sinistra (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE e AN) - si sono resi colpevoli di corruzione, attiva e passiva, o di concussione? Che siano processati in un giusto processo, secondo il diritto e non in base a teoremi che li avrebbero fatti bocciare in qualunque esame di diritto e, se trovati colpevoli in tutti i gradi di giudizio, esemplarmente puniti.

Voglio qui essere chiaro, e me ne dispiace per gli amici del centro-destra di cui non faccio parte, ma che stimo. Io sono fermamente convinto che l’onorevole Berlusconi sia stato e sia tuttora oggetto - peraltro nella ricerca della verità e nella giusta correzione della storia che gli ha dato la vittoria - di una vera e propria dura, pervicace e infamante persecuzione giudiziaria, anche con gravi danni per l’immagine del Paese. (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE e AN).

Eppure, se i giudici del nostro Stato, in un ineccepibile processo secondo il diritto, lo giudicheranno colpevole - come hanno giudicato colpevoli suoi familiari che hanno, secondo le regole del diritto, contrattato la loro pena - e lo condanneranno per quello che sarebbe un grave crimine contro lo Stato, non un reato, che è la corruzione dei giudici a proprio e privato profitto, io - come ho già dichiarato sulle colonne dei giornali - in quest’Aula chiederò apertamente che egli si dimetta.

E per essere ancora più chiari, ciò farò ancorché egli venga assolto in modo equivoco e vengano condannati per lo stesso crimine suoi amici e sodali per aver agito, anche nella sua inconsapevolezza ma con il suo denaro, a suo personale profitto.

Voglio invece qui difendere, con certezza morale e conoscenza dei fatti, un valoroso servitore dello Stato, un generale di brigata dei carabinieri, che il giorno in cui più delicati e più urgenti e pressanti erano i suoi compiti di ufficiale dell’intelligence e della sicurezza interna - per lo svolgimento nel nostro Paese di uno storico incontro tra Alleanza atlantica e Russia a Pratica di Mare, in un clima di pericolo e di minaccia creato dall’incombente terrorismo internazionale - è stato arrestato senza necessità processuale alcuna (perché certo egli non sarebbe fuggito, né avrebbe inquinato alcuna prova, né avrebbe reiterato il reato) come un volgare delinquente! (Applausi dal Gruppo FI).

E come se questo forse non bastasse - e so di quel che parlo -, si è tentato di tradurlo a Potenza, e poi ritrasferirlo da Potenza a Roma, in divisa, in un "cellulare" e per giunta ammanettato! E solo il coraggio morale, l’autorità istituzionale e il prudente equilibrio di un alto magistrato preposto alla Direzione generale degli affari penitenziari del Ministero della giustizia e lo spirito di misura e l’alta professionalità della benemerita e sacrificata Polizia penitenziaria hanno evitato questo obbrobrio.

Ma ricaduto poi a Potenza nel pieno e incontrollato dominio legale della GIP competente, il Generale di Brigata dell’Arma dei carabinieri non venne - come sarebbe stato del tutto ragionevole, poiché egli era pur sempre un arrestato, anche se certo non pericoloso - custodito o rinchiuso in una stanza comune, ma fu gettato per cinque ore sul tavolaccio di una cella chiusa con robusto chiavistello! E poi noi chiediamo a questi funzionari dello Stato di difendere la legalità e la vita dei magistrati e quella di noi politici? (Vivi applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE, FI, AN e LP).

Ed ecco disvelarsi l’oscuro scenario di una valanga di intercettazioni telefoniche e ambientali, depositate e non depositate, senza criterio certo, anzi forse con un’abile censura (perché diverse sono le carte che ho potuto vedere io, ed altre con nomi più augusti del mio a me non sono state date ma sono state date alla Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera) sulla quale, terminato il giudizio, è mio proposito far indagare dall’autorità giudiziaria competente, da parte lesa quale sono.

Ed ecco aprirsi quindi l’incivile panorama di un’Italia ascoltata da un "Grande Orecchio", manovrato da decine di pubblici Ministeri e da ufficiali di polizia giudiziaria - incautamente da noi posti a loro esclusivo e insindacabile servizio -, con un numero di intercettazioni telefoniche, ambientali e epistolari che sono un multiplo infinito delle intercettazioni compiute, ad esempio, dall’FBI negli Stati Uniti o dalle varie polizie nel Regno Unito o dalla Polizia nazionale e dalla Gendarmeria nazionale insieme in Francia. Questo sì che dovrebbe essere oggetto di un’inchiesta parlamentare!

Un piccolo aristocratico popolo di ascoltatori, insomma - tra i quali sono annidati potenziali o, come abbiamo letto in questi giorni, effettivi diffusori di pettegolezzi, fossero pure relativi a vizi pubblici e privati, peraltro penalmente non rilevanti, e che hanno toccato operatori dell’informazione e altissimi funzionari dello Stato - e un grande popolo di ascoltati, di cui fanno parte o hanno fatto parte giornalisti e giornaliste, membri del Parlamento e finanche Capi dello Stato o ex Capi dello Stato, come è già avvenuto (egli, allora, non era in quest’Aula: ricordo le invettive mie e del senatore Salvi cui nulla, non per colpa nostra, seguì) con intercettazioni depositate con la voce del Presidente della Repubblica del tempo, senatore Oscar Luigi Scalfaro.

Ma questi sono casi particolari, pur se sintomatici di ben più gravi pericoli. E al fine di ben altra e alta protesta, io oggi mi dimetto.

Qualche giorno fa il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di sindacare e deplorare - e in fondo è poi riuscito a farlo, anche se con maliziosa misura - atti del Parlamento o in Parlamento compiuti. Pronto, generoso e coraggioso (mi duole dover svelare un segreto che lei mi ha confidato, signor Presidente) fu - e di questo ho certezza - il tentativo, da parte del presidente del Senato Marcello Pera, di proporre un comune intervento ad altre autorità in difesa delle prerogative del Parlamento, affinché si diffidasse il CSM dal compiere questi atti o poi lo si sindacasse per essi.

Ma egli non trovò consenso e conforto da parte di coloro che avrebbero dovuto pur sentire e sentito non hanno. Mi perdoni, signor Presidente.

Un probo, onesto, colto, gentile, ma ingenuo Ministro della giustizia è stato trascinato a trattare (ma da chi mai, e per quali reconditi fini?) le riforme dell’ordinamento giudiziario, parte importante del nostro ordinamento costituzionale, con l’Associazione nazionale magistrati, con la quale anch’io ho trattato da Ministro della funzione pubblica e da presidente del Consiglio dei ministri, per stipendi, ferie e indennità, ma non certo per leggi emergenziali contro il terrorismo o altro, come se non si trattasse di materie di grande rilevanza istituzionale e di grande importanza politica, di materie, tra l’altro, di competenza primaria ed esclusiva del Parlamento in sede di legislazione ordinaria o di revisione della Costituzione.

Ma che diremmo in Parlamento noi democratici, fautori della preminenza del potere civile su quello militare, se domani il Ministro della difesa fosse costretto a trattare con il COCER della difesa la politica della sicurezza nazionale? (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN). E che cosa mai domani diremmo, noi che come democratici siamo per il primato del potere civile e quindi politico su quello democratico, se i sindacati della Farnesina pretendessero di trattare con il Ministro degli esteri la formulazione e l’attuazione della politica estera del Paese?

E che cosa mai diremmo, noi che riteniamo - affetti a questo da antichi e ingiusti ricordi delle polizie di sovrani stranieri e di polizie fasciste - di aver limitato ogni oltre misura i poteri investigativi di polizia, carabinieri e Guardia di finanza, tanto che fra poco non avremo più la professione di investigatori, se domani il Ministro dell’interno trattasse con il COCER dei Carabinieri, con i sindacati di polizia, con il COCER della Guardia di finanza l’elaborazione e l’attuazione della politica dell’ordine e della sicurezza pubblica e facesse dipendere questo o quest’altro procedimento dall’accordo con questo o quel sindacato o dalla rappresentanza unitaria dei COCER?

Per un, fortunatamente, fallimentare esito delle trattative tra il mite Ministro della giustizia e i meno miti nuovi dirigenti dell’Associazione nazionale magistrati, e nonostante il doveroso e chiaro appello del Capo dello Stato, domani avremo il cosiddetto sciopero dei magistrati. Che abuso inverecondo del termine e che offesa agli operai, ai contadini, ai tecnici e agli impiegati, che non hanno la certezza del posto e l’alta retribuzione di questi signori (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN) e a cui gli scioperi costarono e costano fatica, denaro e negli anni bui dello scontro tra Est e Ovest anche sangue, anche sangue come a Modena per opera della polizia del Governo di cui facevo parte; ed essi forse faranno lo sciopero protetti dalle loro scorte di Polizia, di Carabinieri e di Guardia di finanza!

Domani in realtà avremo l’illegale interruzione dell’esercizio della funzione giurisdizionale, un cosiddetto "sciopero" contro il Governo e il Parlamento, un cosiddetto sciopero che sciopero non è e che è invece un vero e proprio atto di eversione contro la Costituzione (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN), cui purtroppo né noi, né il Governo, né il Parlamento abbiamo finora voluto e saputo reagire.

Vi furono molti casi durante il fascismo in cui i magistrati non consentirono alle leggi di quel regime (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN) e reagirono in un solo modo: dimettendosi, non scioperando con le garanzie della Polizia e dei Carabinieri. (Alcuni senatori dei Gruppi Mar-DL-U e DS-U abbandonano l’Aula. Commenti dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN).

E per finire - ma abbiamo proprio finito o il peggio ancora ci attende? - lo scandalo delle violazioni delle prerogative parlamentari e la teatralità delle richieste di arresto di parlamentari, che si sapeva non sarebbero state certamente accolte e che sono state oggi respinte all’unanimità dalla Camera dei deputati, e lo scandalo delle intercettazioni telefoniche e ambientali nei loro confronti, come nei confronti, su scala planetaria, di molti altri parlamentari e semplici cittadini.

Quanto vile e demagogica fu, a ben vedere, la resa del Parlamento (e io fui tra essi) al pool di Mani pulite quando vennero abolite le prerogative dell'inviolabilità parlamentare e i Governi caddero non per volontà del Parlamento, ma a motivo di reiterati avvisi di garanzia che non portarono neanche a una condanna dei Ministri del Governo di Giuliano Amato (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN e LP), indebolendo così gravemente non privilegi di singoli, bensì la sovrana libertà dei membri del Parlamento, e quindi la libertà e l'indipendenza morale del Parlamento stesso e quindi del popolo sovrano, abolendo prerogative di cui in Italia, guarda caso, continuano a godere i giudici costituzionali; le identiche prerogative di cui noi ci siamo privati; come dire che i giudici nominati dal Parlamento, dai magistrati e dal Capo dello Stato sono più equilibrati dei parlamentari eletti dal popolo.

Forse allora, ciò premesso, sarebbe meglio che il Parlamento non fosse più eletto, ma fosse nominato dal Capo dello Stato, dai magistrati e, perché no, dall’Associazione nazionale magistrati… (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN e LP).

Prerogative di cui tutti i rappresentanti del popolo godono, da Est a Ovest, da Nord a Sud, secondo una bicentenaria consuetudine che affonda le sue origini perfino nella Magna charta del Regno d'Inghilterra. (Il senatore Dalla Chiesa abbandona l'Aula. Commenti dai banchi della maggioranza al suo indirizzo. Proteste dal Gruppo DS-U. Richiami del Presidente).

Io, Francesco Cossiga, membro del Parlamento nazionale, non sono investito né della responsabilità, né del potere di cosiddetto "garante della Costituzione". Debbo dire a questo proposito che quando un giurista democratico, che siede oggi nella Corte costituzionale, venne affettuosamente, direi quasi fraternamente, a rimproverarmi per le mie picconate, dicendomi che mi dovevo limitare ad essere soltanto il garante della Costituzione gli chiesi di indicarmi un qualche saggio giuridico, un qualche manuale, o che mi indicasse egli stesso garante di cosa, garante verso di chi e garante con che cosa. Non me l'ha saputo dire, perché si tratta di una di quelle formule di stile, come "comandante delle Forze armate", circa la quale l'amico Paladin, nella sua Commissione formata dai più esperti giuristi, mi disse quanto segue: la frase attribuita al Presidente della Repubblica "comandante delle Forze armate" non si sa bene cosa significhi; ma una cosa certamente significa, che il Presidente della Repubblica alcun potere di comando ha nei confronti delle Forze armate.

Io sono senza patria e casa politica; non ho - lo ripeto - alcuna forza politica né dietro né accanto a me. Certo, io non ho votato questo Governo, non ho mai votato un Governo di centro-destra, ho sempre diviso i miei voti nelle elezioni con i candidati di centro-destra e di centro-sinistra, non voterei per il partito conservatore in Gran Bretagna e non avrei votato per Chirac in Francia. Mi considero di sinistra democratica come cattolico riformatore, ma mi guardo attorno e non trovo nessuna casa, anche perché l'amico Giuliano Amato è andato a voler fare il vicepresidente della Convenzione europea. In lui ho sperato, ho sperato nell'amico Massimo D'Alema, ma poi altri lo hanno travolto.

Ma io voglio, in quel che ancora per età e salute posso, concorrere a difendere e restaurare il nostro Stato costituzionale delle libertà, il nostro Stato di diritto, il primato della politica.

Voglio difendere con le mie parole, con i miei atti, e se necessario con il mio sacrifizio, la supremazia del popolo, del Parlamento e delle leggi; io voglio difendere la giustizia laica e combattere come esiziale la giustizia etica; io voglio difendere la giustizia giusta e i magistrati probi e fedeli alla lettera e allo spirito della Costituzione e al mandato altissimo che ad essi la Costituzione affida; voglio difendere la possibilità che il popolo e il Parlamento possano realizzare, secondo la Costituzione, quelle riforme istituzionali che sono necessarie al Paese, anche nel campo dell'ordinamento giudiziario.

Ma io posso fare questo, nella mia inesistenza istituzionale e nella mia debolezza politica, e anche nella mia mancanza di autorevolezza ed esemplarità personale, morale, culturale e politica, forse solo compiendo un gesto emblematico - un gesto tra l'altro al quale sono da tempo abituato e per il quale mi è stata offerta una cattedra di dimissionologia in molte università d'Europa -: dimettermi per fare scandalo, ma dimettermi anche perché questo Parlamento sia oggi costretto a discutere delle cose che dico.

Perché ormai una cosa è certa: il problema della giustizia civile e penale, il problema di una "giustizia giusta" e quindi ragionevolmente rapida, comprensibile nei suoi atti e nelle motivazioni dei suoi giudizi dal cittadino comune, è un problema fondamentale soprattutto per la vita della società civile e non solo per la società politica e la stessa vita istituzionale.

Voglio ricordare che ci troviamo nella strana condizione di dover dare ragione a Kelsen che una volta, in un congresso di diritto che si svolgeva in Italia - mi è testimone Antonino La Pergola - sentì un incauto giudizio profferito da un italiano: "l'Italia, patria del diritto". Karl Kelsen, politologo, campione della democrazia, ebreo tedesco di Praga, esule, grande giurista, replicò a voce non tanto bassa e in un perfetto italiano: "L'Italia patria del diritto: proprio non mi sembra, forse delle leggi, ma neanche di quelle".

Occorre però, io credo, deideologizzare questo problema, non privarlo certo di un chiaro orizzonte culturale e politico, tenendo per fermo che, se era giustificato in momenti di scontro frontale, ove ognuno si difendeva come poteva, non vi è strada della giustizia, non vi è strada del giudizio, né per il Governo né per l'opposizione, e trattando questo problema soltanto secondo i criteri dei diritti e dei doveri dei cittadini, della certezza del diritto, dello Stato costituzionale delle libertà, dello Stato di diritto e della rule of law.

Mi sembra oltretutto che la riforma della giustizia e dell'ordinamento giudiziario sia tutta da ripensare rispetto agli schemi del centro-sinistra e rispetto agli schemi del centro-destra, o per meglio dire dei due schemi di centro-destra: quello per così dire leggero dell'amabile Ministro della giustizia e quello un po’ più pesante che (non avendolo presentato Forza Italia ed essendone venuto io in possesso) ho, pur non condividendolo, presentato io stesso.

Prendiamo ad esempio la parte che viene dalla magistratura considerata più devastante, e da parte della maggioranza la più garantista: la separazione delle carriere.

Costituire i pubblici ministeri in una carriera separata, e quindi in un corpo a se stante, avente per di più alle sue dipendenze esclusive la polizia giudiziaria, sarebbe costruire un potere abnorme, altro che garanzia! Ve la immaginate una carriera di pubblici ministeri che entrano e rimangono soltanto pubblici ministeri, che possono disporre legalmente o illegalmente - perché i decreti di autorizzazione alle intercettazioni possono essere anche retrodatati sol dopo che si vede che le intercettazioni illegali possono servire a qualcosa - con un proprio Consiglio superiore e non rispondenti a nessuno?

L'esistenza di una carriera separata di pubblici ministeri è infatti strumento di garanzia quando, in altre culture giuridiche, al vertice di essa sia posto un ministro o un altro politico indipendente dal Governo, ma sempre responsabile per l'esercizio dell'azione penale e delle modalità di essa, come accade in Inghilterra con l'Attorney general che non fa parte del Gabinetto ma è eletto dal Parlamento, come accade in Spagna, ove il capo del Ministerio fiscal è nominato tra i grandi avvocati, non tra i magistrati, né tra pubblici ministeri né tra i grandi professori di università.

Ma è stato detto autorevolmente - e questo è un punto su cui non si può trovare un accordo nel nostro ordinamento - che l’obbligatorietà dell’azione penale (che nessuno mi ha poi spiegato in che cosa esiste, e che esiste soltanto nella discrezionalità del pubblico ministero di mettere un fascicolo sopra e un fascicolo sotto) è che poi non vi deve essere un responsabile.

Molto meglio è allora mantenere tutto in un unico calderone, se pur con il rischio che alcuni magistrati da giudici mantengano la mentalità dei pubblici ministeri - come avviene - e viceversa, confondendo in se stessi compiti e funzioni. Il tutto accadrebbe nel contesto di un processo che voleva essere accusatorio e che ha finito per essere più inquisitorio per le demolizioni operate via via dai vecchi magistrati eletti incautamente alla Corte costituzionale e meno garantista di quello che era regolato dal codice Rocco integrato con le novelle Leone.

So bene che anche su questo punto naufragò l’intelligente, coraggioso e generoso disegno di Massimo D’Alema e di Silvio Berlusconi, di operare insieme, maggioranza e opposizione, per la riforma dello Stato.

Io oggi penso, forse con pervicacia senile, alla possibilità della costituzione di una nuova Commissione parlamentare bicamerale per la riforma della giustizia, con l’ausilio anche di un organo consultivo costituito certo da avvocati e magistrati, ma anche da giuristi, imprenditori, sindacati e uomini di cultura, gente comune perché la giustizia non è quella dei magistrati e degli avvocati, ma è la giustizia per i cittadini. Potrebbe essere anche questo il modo per riprendere il cammino di una più vasta e necessaria riforma costituzionale generale, che è ancor più necessaria a causa dei cambiamenti epocali intervenuti nella società civile, religiosa ed economica italiana, anche a motivo della nostra partecipazione all’Unione europea.

Per me, che entrai in politica ancora ragazzo, nel 1944, per passione civile di giovane democratico nella Democrazia Cristiana, con libero e tollerato dissenso dalla mia famiglia, anch’essa antifascista, democratica, ma rigidamente laicista e avendo come esempio - e voi mi scuserete questa vanteria - dietro di me due eroi, uno che nel 1831 fu fucilato sugli spalti del castello di Chambery dal piombo sabaudo, l’altro che volontario ventiduenne cadde abbattuto dal piombo austro-tedesco sul monte Asolone-Col della Beretta, giovane repubblicano interventista e volontario; per me, che vengo da un ceto e da una famiglia - gli Zanfarino, i Siglienti, i Berlinguer - della mia piccola città di Sassari, che nei comizi, nelle piazze e nelle grandi logge massoniche della Sardegna, da Giovanni Maria Angioi a Pasquale Tola, hanno sempre combattuto per la libertà e la giustizia; per me schierarmi con la Democrazia Cristiana, dopo aver per un istante pensato se non fosse più conveniente, perché più radicalmente repubblicano e antifascista, iscriversi al Partito comunista italiano (era forse la suggestione dei cugini Berlinguer); per me è uno straziante dolore dover uscire da questa Assemblea e anche separarmi da voi.

Io non sono né un eroe, né un maestro. Oggi in uno spiritosissimo articolo apparso su "La Stampa" è detto che forse io non sono né un eroe, né un maestro, né un politico, ma soltanto uno sciamano, uno strano sciamano della politica del nostro Paese.

Ho cercato solo di essere un buon cittadino e un diligente servitore dello Stato, che ha collezionato tante sconfitte, di cui una pesa ancora nelle mie carni e nel mio cuore: non aver saputo difendere e non aver saputo salvare Aldo Moro. (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN e LP).

Ma voglio rimanere con dignità un probo e semplice cittadino di una libera Repubblica. La mia forse immodesta ambizione sarebbe anche che questo mio atto vi facesse, cari colleghi ed amici, superando anacronistiche barriere ideologiche che non hanno più ragion d'essere - e superare le ragioni ideologiche non significa affatto superare le ragioni ideali della propria diversità - meditare sulle sorti della democrazia e della Repubblica, sulla libertà e sulla giustizia secondo il diritto, mentre ci accingiamo ad entrare in Europa, un’Europa, anche per gli aspetti giuridici, da noi così tanto diversa.

Ho sotto gli occhi l'immagine di Bettino Craxi morente ad Hammamet.

Ho sotto gli occhi l'immagine dolente di alcuni Presidenti del Consiglio, che sono stati, e sono tuttora, affidati a servizi religiosi di affidamento sociale.

Ho sotto gli occhi, alla televisione tedesca, l'ovazione di un popolo, il popolo della CDU e della CSU, che saluta, onora e si congeda da Helmut Kohl, e le parole di solidarietà ad Helmut Kohl espresse in questa occasione dal Cancelliere socialdemocratico della Repubblica Federale. Ma quella è forse la patria di Kant, di Hegel, di Fichte, di Beethoven e noi non so più la patria di chi siamo.

Sono certo, ed in questo doloroso momento ciò mi è di grande consolazione, che io comunque mi ritroverò con voi, signor Presidente, cari amici e colleghi, a lottare insieme, anche se non più in Parlamento, certo nel Paese, con comune spirito di patriottismo repubblicano, al servizio della Nazione e al comune grido di: viva la Repubblica! Viva il Parlamento!". (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN, LP e Aut, i cui senatori si levano in piedi, e dei senatori Del Pennino, Carrara, Fabris, Debenedetti, Filippelli. Molte congratulazioni).