Nostalgia per la stanza dei bottoni.

Margherita Boniver - Sottosegretario agli Affari Esteri (Il Giornale. - 17 marzo 2002)

Portentosa opposizione. Appena qualcuno tra gli esponenti della maggioranza esprime, com’è dopo tutto un suo diritto, piccole o grandi perplessità su come procede l’integrazione europea, immediatamente dai banchi della litigiosissima minoranza, finalmente concorde, si levano proteste e accuse di euroscetticismo rivolte al governo. Una indignazione furibonda che non esita a rasentare il masochismo quando sollecita Bruxelles a bacchettare con severità il nostro paese per quelle esternazioni. Appena il governo, sostenuto da una solida maggioranza, vara una riforma in senso europeo altrettanto repentinamente la medesima minoranza scatena l’opposizione. Chi si strappa le vesti, chi si percuote il petto, e all’unisono levano un unico grido: no, cambiare non si può. Dopo tutto, questo bisogna riconoscerglielo, non mancano di coerenza. Hanno governato stando ben attenti a non varare alcuna riforma se non per ripicca, vedi la legge sul federalismo. Non è un caso se sono proprio alcuni ex ministri diessini a lanciare l’allarme in proposito: se non si provvederà ad adeguare al più presto quella modifica della Costituzione - voluta con furore dal centro sinistra a fine legislatura con soli quattro voti di maggioranza - i rapporti tra Stato e Regioni rischiano di andare in tilt. La fretta ha fatto i gattini ciechi e ora toccherà al governo Berlusconi metterci una pezza. Da Dini ad Amato, hanno governato per sette anni. Eppure le sollecitazioni dell’Ue a riformare lavoro e pensioni sono rimaste inascoltate, forse perché erano troppo impegnati a demonizzare l’avversario e a fare e disfare governi con maggioranze improprie, frutto di ribaltoni e transumanze. Un lungo sonno: Scalfaro sedeva al Quirinale; Zaccaria presidiava la Rai; Borrelli desisteva, desisteva, desisteva al comunista Diliberto e anche al diessino Fassino; Cofferati compiacente procurava a zittire le piazze, nonostante l’elevatissima disoccupazione attenuata solo dal lavoro sommerso e dal precariato. Troppo occupati a pavoneggiarsi per l’eroico ingresso nella moneta unica, insieme ai potentissimi Portogallo e Irlanda e surclassando perfino la Grecia che come si sa il mondo fa tremare, assistevano indifferenti e impotenti al precoce declino del paese. Dalle ferrovie alle autostrade, dai porti agli aeroporti, poi scuola, sanità, lavoro, pensioni, giustizia, non uno dei diversi settori nevralgici ha visto un solo loro intervento risolutivo. La loro nostalgia per la stanza dei bottoni, dopo un anno, è ancora intatta, non la nascondono né riescono a farsene una ragione e infantilmente si consolano inveendo in girotondo attorno a questo o quel edificio per loro carico di affetti e rimembranze. Finalmente una grande occasione che non lasceranno perdere: le tenui modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, senza nulla togliere a chi è garantito, permettono ai meno fortunati di affacciarsi al mondo del lavoro svincolati da quei paletti che altrimenti li vedrebbe condannati al lavoro nero o alla disoccupazione. Non si tratta di una drastica riforma alla Thatcher come vuole vederla Bertinotti, lo sanno tutti, ma semmai di un primo segnale lanciato all’Ue che finalmente anche da noi qualcosa si muove nella direzione che ci sollecita da tempo. Serrati i ranghi unica la risposta: Sciopero Generale!!!! E ci saranno tutti in piazza a sostenere gli avventurosi sindacati: dalla Margherita a Rifondazione, dai no-global ai girotondini, da Zaccaria a Fo. Non per resistere sulla linea del Piave dei diritti dei lavoratori, che non sono assolutamente in gioco, ma solo nella remota speranza di dare una spallata politica al governo. Senza chiamare in causa la Thatcher e i grandi scioperi dei minatori della Gran Bretagna durati 6 mesi, si tratta di uno scenario nostrano già visto. Le rigidità della Scala Mobile dovevano essere assolutamente riviste se si voleva fare uscire l’Italia dalle sabbie mobili economiche in cui si era infilata, lo sapevano tutti. Ci fu chi nella speranza di spazzare via il governo Craxi preferì cercare lo scontro totale. Gli italiani scelsero la linea del referendum governativo che vinse, l’inflazione scese rapidamente, i sindacati s’indebolirono per parecchi anni. Nello stesso periodo l’Italia entrava meritatamente nel G7, il gruppo dei sette paesi più industrializzati del mondo. Strano Ulivo, strana Margherita, strano Ds. Si proclamano euroentusiasti e respingono ossessivamente le indicazione dell’Europa a loro sgradite, si autodefiniscono progressisti e riformisti ma si comportano come i peggiori conservatori, visto che non riescono neppure ad essere opportunisti.