Nucleare, scelta obbligata contro il caro elettricità

di Paolo Fornaciari da L'Opinione del 30 settembre 2005

Gentile Onorevole Tabacci, ho letto su Internet il Suo intervento di ieri, 27 settembre, alla Camera, a seguito di quello del Presidente Berlusconi. Condivido le Sue obiettive considerazioni, pur tuttavia siamo di fronte - come Lei stesso riconosce - ad un cambiamento epocale di cui il Governo Berlusconi non è certo responsabile. Semmai la responsabilità del Governo è quella di non essersene reso conto in tempo. Mi riferisco in particolare alla situazione energetica: con il prezzo del barile di petrolio schizzato in soli tre anni da 26 a 66 dollari, noi - e solo noi - che nella generazione elettrica siamo eccessivamente “idrocarburi dipendenti” (80% contro la media europea del 20%), ne subiamo le peggiori conseguenze. Le nostre bollette elettriche, per le utenze maggiormente significative (domestiche da 3500 kWh/anno e industriali da 2 GWh/anno), sono infatti doppie e non del 20% maggiori della media UE, come erroneamente si dice, conteggiando insieme, in una media alla Trilussa, la fascia sociale, le agevolazioni tariffarie concesse alle Aziende più energivore e i contratti interrompibili. In questa anomala situazione è molto difficile per le nostre imprese competere. Che cosa fare? Le nuove energie rinnovabili del vento e del sole, per il costo elevato e l’intermittente natura non sono idonee a risolvere il problema, così come l’idrogeno che richiede più energia per esser prodotto di quanta poi ne restituisce brucando e neppure il libero mercato e la concorrenza. Occorre ritornare al nucleare nella generazione elettrica come gli altri Paesi industriali fecero trenta anni or sono, dopo la guerra del Kippur. Lo ha affermato ieri anche il Vice Ministro Mario Baldassarri intervenuto a Biologa al Convegno “Quale Italia nel nuovo contesto internazionale?”,evento di apertura del Cersaie, mentre sempre ieri il neo Presidente di Assoelettrica, Enzo Gatta si illude che i nuovi più efficienti impianti possano consentire il calo delle bollette. Obiettivo assai difficile perché anche a fronte del 50% in più di rendimento, le nuove centrali a gas scontano un aumento del prezzo del combustibile triplicatosi negli ultimi tre anni. Come ha osservato recentemente l’ex Presidente della Corte Costituzionale Paolo Emilio Casavola, non c’è alcun bisogno di legge o referendum, se si decide di ripartire. Né ci vogliono 10 o 20 anni per tornare al nucleare: in questo senso si è espressa la Westinghouse in un incontro con il direttore energia del ministero della Attività Produttive, Sergio Garribba, assicurando che il tempo di costruzione delle nuove centrali nucleari di tipo PWR, dal primo getto di calcestruzzo all’avviamento può essere contenuto in 36 mesi e che il costo complessivo d’impianto di 1400 $/kW può essere ridotto a 1000 $/kW per ordini multipli, generando in questo ultimo caso energia elettrica a 25 USmills$/kWh (25 millesimi di dollaro statunitense al chilowattora). Analoghe informazioni sono state fornite anche dalla EdF. Si dovrebbe ricordare inoltre che le nostre prime tre centrali nucleari, Latina, Garigliano e Trino Vercellese, furono costruite rispettivamente in 55, 62 e 51 mesi, quando le competenze non erano certo maggiori di quelle di oggi. Competenze che non sono andate disperse, perché i nostri tecnici, impediti di farlo in Italia, hanno continuato a lavorare all’estero, negli USA con il prestigioso Centro di Ricerca delle principali Società elettriche statunitensi, l’EPRI di Palo Alto in California, in Francia con la Framatome e la Siemens tedesca per il progetto del nuovo rettore nucleare europeo, l’EPR, che sarà costruito ad Okhiluoto in Finlandia e a Flamanville (Normandia) in Francia, in Romania dove l’Ansaldo ha partecipato con l’AECL canadese alla costruzione della centrale nucleare di Chernavoda e la SOGIN per il riavvio della centrale armena di Medzamor. Anziché procedere con lo “smantellamento accelerato” delle centrali nucleari dimesse, ma ancora agibili, di Caorso e di Trino Vercellese, si dovrebbe pensare ad un loro rapido riavvio che in 15/20 mesi, con spesa che può esser stimata in 200 milioni di Euro (circa il 5% di quanto costerebbe agli utenti dell’Enel, lo smantellamento accelerato) potrebbe consentire di disporre di 8 miliardi di kWh all’anno di energia elettrica ad un costo di 1 Eurocent/kWh quando a noi costa 10 o 12 volte tanto produrla con gas o petrolio. E’ stato fatto anche in altri Paesi (es. Browns Ferry negli USA, fermata dodici anni fa per un incendio e Medzamor, in Armenia, fermata dieci anni fa per un terremoto ) di riavviare centrali nucleari dopo molti anni. A Caorso e Trino Vercellese non ci sono stati né incendi né terremoti, anzi, ai sensi della delibera CIPE del 26 luglio 1990, VII° Governo Andreotti, sono state tenute in “custodia protettiva passiva”, cioè in buona manutenzione per circa dieci anni. Ove i 6 miliardi di Euro previsti per la riduzione delle imposte - circa 20 al mese per famiglia - anziché esser restituiti ai contribuenti, venissero utilizzati per costruire nuove centrali elettriche, preferibilmente nucleari, si potrebbero ridurre le nostre bollette elettriche di quasi il 50% in cinque anni, per allinearle così alla media europea. Il vantaggio della minor bolletta elettrica per le famiglie sarebbe di oltre 300 Euro all’anno, cifra paragonabile a quella derivante dalla prevista riduzione fiscale, ma si otterrebbe anche un ricupero di competitività per le nostre imprese con una riduzione della spesa per l’energia elettrica, valutabile in 9 miliardi di Euro all’anno. Certo, occorrono doti di coraggio e grande lungimiranza di visione: seppero farlo, cinquanta anni fa, uomini come Giorgio Valerio, Enrico Mattei, Gino Martinoli, Edoardo Amaldi, Felice Ippolito e Mario Silvestri, che ebbi l’onore e il piacere di conoscere all’inizio della mia carriera professionale.