Quando la parola è flebile, non resta che il gesto

Dieci anni: Sergio Moroni  Estratto dal Corriere della Sera del 2 ottobre 2002

Come ogni anno, i socialisti si ritrovano per una commemorazione: «Ormai ci si vede solo in queste occasioni», dice Giusi La Ganga salutando Salvo Andò. Il 22 gennaio scorso, sempre qui, a ricordare il padre, c'erano Stefania e Bobo Craxi, e anche oggi c'è un'altra figlia che fa politica in nome del padre, la più giovane deputata del Parlamento, Chiara Moroni, socialista eletta in Forza Italia. Dieci anni fa il deputato Sergio, socialista inquisito da Mani Pulite, si tolse la vita e ora la figlia legge, con voce piana, senza incrinature, la lettera che Moroni inviò a Giorgio Napolitano, allora presidente della Camera. Una lettera nella quale annunciava la fine: «Quando la parola è flebile, non resta che il gesto». La ascoltano con volto grave e sopracciglio corrucciato Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini. In platea, ci sono tanti socialisti del Nord e molti esponenti della stagione craxiana, De Michelis in prima fila, Claudio Martelli dietro di lui, ci sono il ministro Gasparri e La Russa di An. Dell’opposizione, si vedono il socialista Enrico Boselli, Claudio Petruccioli e Castagnetti. Marida Bolognesi è venuta, «ma solo per Chiara, che è una brava deputata»: tra socialisti e comunisti non è proprio tempo di riconciliazioni, lo si capisce subito e ancora meglio lo si capirà dopo. Cossiga rifiuta la prima fila: «Non voglio sedermi vicino ad uno che non venne al funerale di tuo padre», spiega a Chiara Moroni. Chissà chi è quell’«uno».  Berlusconi e Casini erano qui anche otto mesi fa, il 22 gennaio del 2002, ma mentre il presidente della Camera mantiene lo stesso filo del discorso pronunciato allora davanti a Stefania e Bobo Craxi, e invita a raccogliere «il messaggio di riconciliazione lanciato da Chiara Moroni», a «non strumentalizzare» la memoria di suo padre, tutto è diverso, rispetto a otto mesi fa, per Silvio Berlusconi. Diverso è il peso delle parole, diversa la pesantezza degli argomenti che il premier scarica contro la magistratura e l'opposizione. E' un Berlusconi che non alza mai la voce, che senza mai alzarla dice cose come «Non saranno né i giacobini né i girotondini a rimettere indietro l'orologio della storia. Tangentopoli rimarra' nella storia come il marchio indelebile di giustizia parziale e quando la giustizia e' parziale semina ingiustizia e disperazione. Tangentopoli non fu una rivoluzione ma il tentativo di un ordine dello Stato di attribuirsi un ruolo politico e di sostituirsi al popolo nella scelta di chi doveva governare il Paese. Mai piu', ripeto, mai piu' consentiremo che il carcere venga utilizzato come mezzo di formazione della prova... I magistrati del pool di Milano hanno sempre dichiarato di voler combattere un sistema non di perseguire dei singoli reati. Hanno sempre detto di voler rivoltare l'Italia come un calzino.» Benché questa sia la sala del Refettorio, e non l'aula di Montecitorio, benché qui ci siano soprattutto socialisti per i quali le parole del premier sono musica lungamente attesa, nonostante tutto, insomma, la memoria non può che correre all'Aldo Moro del '77. Allora, ricorda il senatore del Ccd Francesco D'Onofrio, allora, in un Parlamento squassato dal caso Lockeed, lo statista democristiano sbarrò la via alla tempesta giudiziaria avvertendo: «Non ci faremo processare nelle piazze». Adesso è Berlusconi che fa sapere alle piazze dei girotondi che le leggi Cirami e le «riforme della giustizia» si faranno. Non lo dichiara espressamente, ma è come se. Come se dicesse che non lo processeranno nelle piazze. Eppure, otto mesi fa, rivolgendosi a Stefania e Bobo Craxi, Berlusconi adoperava concetti ben più sfumati, Tangentopoli era un’allusione, «una delle pagine meno nobili della nostra storia recente», affermazione prudentemente calibrata da un «sono vicende controverse, su cui esistono opinioni differenti da quella che qui esprimo a titolo personale». Che cosa è cambiato, rispetto ad otto mesi fa? Perché oggi un discorso che l'avvocato-deputato Taormina definisce «il più bello mai pronunciato da Berlusconi da quando è sceso in politica»? «Perché è ora di riappropriarsi delle riforme. E' ora di dire basta ai girotondi», stabilisce Taormina. Un discorso da prossima campagna elettorale, dice qualcuno ma D'Onofrio lo vede solo come risposta «al risorgente giustizialismo» e anche l'ex ministro socialista Gianni De Michelis dice che no, «non è un discorso qualsiasi, noi socialisti non avremmo potuto chiedere di meglio». Però, «a questo punto», a De Michelis le parole non bastano più, «dopo quel che Berlusconi ha detto, la commissione su Tangentopoli mi pare indispensabile. Se no di questa commemorazione resterà solo l'ipocrisia».