Quattro anni dopo proviamo a parlarne storicamente.

On. Mauro Del Bue

L'on. Del Bue con Craxi Tutto cambia velocemente nella politica italiana, e però la rimozione delle responsabilità mi pare un vizio, anche se comune a molti. E’ vero che siamo ormai nella fase dell’antipolitica, del trionfo dei partiti senza tradizione o con una tradizione presa a prestito, fondati in piena Tangentopoli, subito prima o subito dopo, ma è altresì vero che tutto questo ormai fortemente scricchiola e ci mostra già le rughe dei soggetti neonati, paradosso piuttosto imbarazzante, per chi sul “nuovo” ha tanto ricamato. Già si pone il problema dunque di rinnovare i rinnovatori e il bipolarismo italiano, che si fonda sulla egemonia di due partiti (Forza Italia e Ds) senza tradizione o con una tradizione presa a prestito (ma il “nuovo” non doveva superare gli ideologismi?) è in profonda crisi, tra affondi giustizialisti, che ormai non risparmiano neppure gli interlocutori più autorevoli dello stesso fronte, e difese personali di privilegi di giustizia, tra massimalismi sociali e massimalismi separatisti, tra settarismi spesso ridicoli alla Schifani e settarismi demonizzatori alla girotondini. L’Italia attraversa la crisi del gruppo dirigente e del suo nuovo sistema politico. Eppure è impensabile che da tutto questo, che inevitabilmente porta anche al rimpianto per il passato e per le figure che fino a qualche anno fa venivano giudicate come “il male assoluto”, ne possa discendere un balzo all’indietro, un ritorno a dove eravamo rimasti, come se il muro di Berlino non fosse mai crollato e Di Pietro fosse ancora un rozzo giudice andreottiano di Bergamo o l’amico di tante spassose serate del sindaco socialista di Milano. No, l’Italia ha bisogno di guardare avanti, superando anche la cosiddetta fase della pseudo-seconda Repubblica, nata dalle macerie delle Prima, ma con il suo personale politico di riserva e tra camaleontismi e trasformismi, che ne hanno minato la credibilità.

In questo senso anche la rivalutazione di Craxi, che è in atto a destra come a sinistra (vedremo poi come la sinistra abbia molte più difficoltà alla sua riabilitazione) non è da confondere con una strategia politica. Il craxismo socialista è una fase chiusa e peraltro impossibile da prospettare e perfino ridicola senza Craxi. Come il berlusconismo non può esistere senza Berlusconi, anche il craxismo senza Craxi è una utopistica, anche se generosa, fuga all’indietro. Quando una politica è così segnata dal carisma di un leader, cosa resta di quella politica, dopo la fine del leader? Resta molto da fare per conoscerla, studiarla, tentare di attualizzarne i contenuti, soprattutto se quella politica non è stata compresa, è stata ignorata, è stata addirittura criminalizzata. E questo è il tema di oggi. Diversamente dal 19 gennaio del 2000, giorno della sua morte ad Hammamet, Bettino Craxi non è più l’esule, o il latitante, da far uscire dalle tenebre della sua condanna a morte politica (e anche fisica, purtroppo). La visita di Marcello Pera, che segue quelle di Silvio Berlusconi e di Pier Ferdinando Casini, alla sua tomba e alla sua famiglia, testimoniano che non era sbagliata la proposta che il presidente del Consiglio dell’epoca Massimo D’Alema aveva avanzato (quante lacrime di coccodrillo, però..) di svolgere funerali di Stato. Funerali di Stato per un esule, dunque, non certo per un latitante, certo. Ma come comprendere che Bettino Craxi era esule e che il presidente del Consiglio, che voleva per lui funerali di Stato, era Massimo D’Alema? Paradossi dell’Italia da Gattopardo? Da allora ad oggi Craxi è ritornato ad essere, e il recente convegno della fondazione “Italiani Europei” lo ha dimostrato, un leader politico, e come tale va studiato, apprezzato o criticato.

La politica di Craxi e di coloro, come chi scrive, che ne hanno condiviso le idee, può essere suddivisa in due fasi: la prima è quella, la più lunga, e per me anche entusiasmante, che arriva fino all’89, alla caduta del Muro, alla uscita di scena del Pci, alla nascita della Lega e della protesta contro il sistema politico italiano. Fino ad allora Craxi ha saputo interpretare più di ogni altro leader della sinistra democratica italiana, i bisogni di libertà, di laicità, di riforme, di modernizzazione. Craxi seppe essere un socialista moderno e autonomista, europeo e internazionalista, anche anticomunista certo, ma quando il comunismo nel mondo c’era e i comunisti in Italia anche. Seppe essere anche un leader indipendente dai poteri forti, sia quelli italiani, sia quelli stranieri. Dagli Agnelli e De Benedetti non fu mai troppo apprezzato.Volle interpretare la lealtà nei confronti dell’alleato americano, ma seppe essere sempre indipendente e mai subalterno, come le vicende del Medio Oriente e la singolare questione di Sigonella hanno saputo dimostrare. I nostri critici interlocutori del Pci si sono battuti contro di lui su: i missili a Comiso, il cosiddetto decreto sulla scala mobile di San Valentino, la guerra del Golfo. Hanno trovato, dicevano allora, in questa triplice scelta, i sintomi della degenerazione craxiana e della genetica trasformazione del Psi. Riconoscono oggi i loro successori (ma in buon misura sono le stesse persone di prima) che sui missili a Comiso la loro posizione era sbagliata, che sulla scala mobile idem, e che sulla Guerra nel Golfo, che peraltro avvenne nel gennaio del 1991, quando già il Muro era stato abbattuto e il Pci non era più Pci e non ancora Pds ma solo “la Cosa”, come sopra. Eppure chi ha riconosciuto di aver sbagliato, e andiamo anche all’indietro, alle posizioni assunte sull’Urss, sull’Ungheria, alle timidezze sulla Cecoslovacchia, a Togliatti e alla terza via di Berlinguer e ad altro ancora, è ancora oggi in campo e chi invece aveva ragione, non c’è più. Destino cinico e baro? No. Il problema è che Craxi sbagliò clamorosamente la politica dopo l’89. Non comprese o non volle comprendere che il mondo era cambiato, e che dai calcinacci del Muro sarebbe stato inferto un colpo mortale al sistema politico italiano. Tangentopoli senza quell’avvenimento non sarebbe nata mai. E come ha acutamente scritto Luciano Cafagna “Quando nasce una questione morale è perché è nata una questione politica”.

Il dipietrismo era una varabile impazzita e corrotta di un bisogno di cambiamento che era però reale. Craxi non seppe afferrare, o non volle farlo, questa esigenza che stava per determinarsi in Italia, figlia della trasformazione del Pci in Pds, e della conseguente liberazione dell’elettorato anticomunista, ma anche di parte di quello comunista, in mille rivoli e segmenti di protesta, tra le quali clamorose furono quelle della Lega al Nord e della Rete in Sicilia, e ne fu vittima sacrificale. Venne giudicato, ad un tempo, il massimo leader del vecchio sistema politico e il più corrotto. Fu ingiustamente ritenuto un ladro, anche da quelli che lo erano davvero. Penso al mondo dell’imprenditoria e della finanza. E fu ingiustamente ritenuto un conservatore, dimenticando il suo ruolo di profondo innovatore fino al 1989. Fu ingiustamente condannato dal punto di vista giudiziario col teorema del “non poteva non sapere”, che fu risparmiato agli altri segretari di partito, e fu l’unico a chiedere a tutti i partiti di dire la verità sul loro finanziamento, di fronte al Parlamento. Perfino Luciano Violante oggi ne declama le intuizioni e condanna quell’orrenda canea da giacobini da strapazzo che si scatenò di fronte al Rafael nel 1993 e di fronte alla quale né Violante né i suoi compagni di partito vollero allora dissociarsi. Il tempo passa e le idee cambiano e però ancora a Reggio Emilia viene bocciata la proposta di intestare a Craxi una via cittadina. Sarebbe un atto di riparazione e di lungimiranza a Reggio, dove le vie sono intestate e Lenin e a Togliatti… Dispiace questa mancanza di lucidità, che del resto pare una costante nei Ds locali. Fra un po’, c’è da scommetterci, cambieranno idea e quella proposta la faranno loro. E riconosceranno, anche su questo, di avere sbagliato. Attenderemo ancora Godot, pazienza.

On. Mauro Del Bue