Un italiano dimenticato

Appello dal Veneto per Anwer Wali, a Treviso da 24 anni - Dal Corriere della Sera del 2 ottobre 2004

DAL NOSTRO INVIATO CASTELFRANCO VENETO (Treviso) - Ci sono italiani che vorrebbero vivere come iracheni. Ci sono iracheni che diventano italiani. Agli uni e agli altri è accaduto di essere ostaggi degli assassini. Ayad Anwer Wali è uno di loro. Non è ancora tornato. Di italiano non ha il nome. Ma italiani sono suo figlio, sua moglie, suo fratello. Ha imparato la nostra lingua a Siena e la matematica al Politecnico di Torino. E’ iscritto all’Inter Club di Villa del Conte (Padova), porta il suo Omar a San Siro tra i boys nerazzurri. Ha un’Alfa 164. Si è sposato in una chiesa cattolica, per riguardo alla sua Sara. Porta giacche di Armani e cravatte di Valentino. Beve tocai. Era contro la guerra e più ancora contro il terrorismo. E’ ghiotto di riso al nero di seppia e in pizzeria ordina la quattro stagioni. Ha i nostri gusti, le nostre debolezze, le nostre ambizioni. E’ andato a Bagdad per vendere i prodotti del Nord-Est, mobili, gru, piastrelle: il suo modo di gettare un ponte. I tagliagole l’hanno portato via trentatré giorni fa; ma l’Italia, la patria che lui si è scelto, quasi non se n’è accorta. Prima di cominciare il racconto, suo fratello Emad mostra la propria carta di identità. Rilasciata dal Comune di Castelfranco il 5/2/2004, firmato: il sindaco, Gomierato Maria. Cittadinanza: italiana. «Appena ho saputo del rapimento di mio fratello, mi sono rivolto al mio governo. Ho chiamato la Farnesina. Si sono fatti lasciare il numero, hanno detto: richiameremo. Non hanno richiamato. L’ho fatto io. Hanno detto: mandi un fax. L’ho mandato. Niente. Allora ho telefonato all’ambasciata italiana a Bagdad, chiedendo dell’ambasciatore. Non c’era. Ho richiamato. Era in riunione. Ho chiamato ancora. Era molto impegnato». Qualche segno è venuto dai giornali locali come il Corriere del Veneto , dagli amici, dall’Unione industriali di Treviso. «Qui la solidarietà è stata forte, i vicini di Ayad, i suoi clienti, gli imprenditori che lavorano con lui mi sono stati al fianco. Nessuna istituzione però si è interessata alla sua sorte. L’unico politico che mi ha dato retta è stato Alfredo Biondi, che ha parlato del caso con Frattini. So che l’altro giorno alla Camera il ministro ha promesso aiuto, ma non so cosa stia facendo. Non l’ho mai sentito». «Ayad e io viviamo in Italia dal 1980. Io avevo 17 anni ed ero perito meccanico, lui ne aveva 19 ed era diplomato. Liceo scientifico. Nostro padre era un impresario edile. Gli iracheni che potevano andare all’estero sceglievano l’Inghilterra. Ma noi in tv guardavamo i film italiani, eravamo innamorati di Ornella Muti e della Toscana, di Eleonora Giorgi e di Venezia. L’Italia ci pareva il luogo della bellezza, e gli italiani mi sembravano più simili a noi degli inglesi. Così siamo partiti. Anche per lasciarci alle spalle quel criminale di Saddam. Io mi sono iscritto all’università per stranieri di Perugia, quindi a Venezia; Ayad a Siena, poi a Torino. L’ambasciata irachena ci teneva d’occhio, talvolta ci minacciava: ora basta parlare male di Saddam, dicevano». Emad ha due lauree, in Architettura e in Urbanistica territoriale. Ayad si è fermato prima della tesi, ha cominciato a lavorare. «Mio fratello è sempre stato così, allegro, generoso, vitale. Io sono più metodico. Lui se ha 10 euro in tasca offre da bere agli amici al bar di Giorgio, a Resana, vicino a casa. Gli piacciono i vini bianchi, la birra, e le donne». La sua incostanza gli ha tolto qualcosa, che in questi giorni gli tornerebbe molto utile. La cittadinanza italiana, chiesta in ritardo, e fermata dalla burocrazia. E la moglie italiana. Da quando l’ex marito è ostaggio in Iraq, Sara Podavini non ha ancora detto nulla. Nella casa di Villa del Conte non risponde nessuno. Sua madre Giannina ha una merceria in paese. Poche parole: «E’ un dolore, uno strazio comunque, anche se le cose sono andate come sono andate». L’incontro nel 1982 sulla spiaggia di Sottomarina, il matrimonio dieci anni dopo nella chiesa di sant’Antonio a Istanbul, la separazione. «Mio fratello non è religioso, si è sposato secondo il rito cattolico per rispetto di sua moglie. Lontano dall’Italia, perché la famiglia di lei non l’ha mai accettato». Forse si spiega anche così il silenzio attorno a lui. Che neppure suo figlio Omar potrà spezzare. «Il bambino soffre moltissimo. Mi telefona, mi chiede: zio, papà chiamava tutti i giorni, perché ora non telefona più? Gli abbiamo detto che qualcuno l’aveva portato via, ma poi tutto si era risolto. Spero che ci creda. E’ un ragazzino fragile. Io lo amo molto. Mia moglie è irachena, abbiamo avuto un figlio il mese scorso, e l’ho chiamato Omar, come lui». Ayad l’hanno portato via il 31 agosto mentre stava telefonando a suo fratello. «Ci sentivamo tutti i giorni. Era partito per Bagdad un anno fa. Noi lavoriamo soprattutto con l’Algeria, gli Emirati Arabi e la Turchia: vendiamo i prodotti di duecento aziende del Nord-Est. In Iraq il mercato ancora non esiste, ma lui era ottimista, diceva che il futuro era vicino, che stava seminando, e il raccolto non sarebbe tardato. Gli piaceva l’idea di portare un po’ d’Italia in Iraq: lui era più italiano di me, persino troppo, non l’ho mai visto senza giacca e cravatta... Gliel’hanno fatta pagare per questo. Sono entrati in quattro. Ayad mi ha detto: ci sono dei clienti, ti richiamo. L’hanno portato via con il suo assistente turco e la segretaria irachena, subito rilasciata. Da allora non sappiamo nulla. E’ girata una voce assurda, secondo cui mio fratello lavorava a un progetto nucleare. Non ce l’aveva Saddam, la Bomba, doveva averla un ingegnere senza laurea? Abbiamo ricevuto un solo segnale. Una telefonata a una delle nostre tre sorelle che vivono a Kirkuk: "Abbiamo preso un traditore. Un uomo che lavora con gli italiani"». Dice Emad Wali che gli americani hanno commesso un grande errore, ma ora devono andare sino in fondo e sradicare il terrorismo, «perché Falluja non è Milano, è una piccola città, gli assassini vanno stanati casa per casa». Chiede aiuto. «Lancio un appello al presidente della Repubblica Ciampi, al presidente del Consiglio Berlusconi, al presidente della Commissione europea Prodi. E al re di Giordania Abdallah, che può fare molto. Io sono stato contento che le due Simone siano tornate a casa. Ma gli altri? Tenuti in gabbia come animali, con il coltello pronto a tagliare le loro teste? Perché abbandonare mio fratello? Non è un essere umano anche lui? Non ascolta la stessa musica, non guarda gli stessi film, non crede nelle stesse cose? Salvate Ayad. Salvate l’Iraq, che è passato da Saddam ad Al Zarkawi. Non possiamo essere sempre condannati a morte». Il racconto di Emad Wali ha interrotto il suo pranzo di lavoro. I proprietari dei mobilifici di Brugnera (Pordenone) lo guardano con partecipazione mista a disagio. Scriveva Ungaretti del suo amico Moammed Sceab, «suicida perché non aveva più Patria», che «amò la Francia/ e mutò nome/ Fu Marcel/ ma non era francese/ e non sapeva più/ vivere/ nella tenda dei suoi/ dove si ascolta la cantilena/ del Corano/ gustando un caffè»; e che «forse io solo/ so ancora/ che visse». Confidava de Gaulle ad André Frossard che «un gibutiano può essere più francese di un parigino, se condivide una certa idea della Francia». Vedremo nei prossimi giorni qual è la nostra idea dell’Italia.